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I 30 anni dell'Aids, tra vittorie e strada da fare

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I 30 anni dell'Aids, tra vittorie e strada da fare

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Trent’anni fa veniva scoperto il virus responsabile dell’Aids, la sindrome da immunodeficienza acquisita, che annienta il sistema immunitario e lascia indifesi contro germi e tumori.
La storia dell’Aids è fatta di tanti volti, senza nome il più delle volte.
Altri volti invece sono diventati familiari, come quello del francese Luc Montagnier che a lungo ha conteso la paternità della scoperta del virus all’americano Robert Gallo.

Alla fine, però, il Nobel per la scoperta, nel 2008, è andato solo al francese. Si stima che oltre 34 milioni di persone siano infette dal virus dell’Hiv, l’infezione che può degenerare in Aids.

Qual è il prossimo obiettivo della ricerca?

Luc Montagnier, premio Nobel per la Medicina 1998:

“L’Aids non è stato sconfitto, grazie ai farmaci, come credono molti giovani.
La ricerca resta fondamentale e dovrà permetterci di sottoporre il paziente a trattamenti di breve durata, 6-9 mesi, che permettano al malato di diventare siero-nagativo.
Non siamo a questo stadio oggi. L’epidemia continua a diffondersi in modo prepotente soprattutto in molti Paesi del sud dell’Africa e colpisce soprattutto le donne, situazione che resta piuttosto singolare. Possono contribuire anche fattorie genetici e che possono essere trattati.
Non bisogna agire sul virus ma sui fattori che aumentano la sua trasmissione. Cosa possibile anche senza un vaccino”.

Il 69% dei malati di Aids si trova nell’Africa subsahariana. Il Botswana è il secondo Paese del mondo più colpito con il 25% di adulti infetti.

Il Paese è stato il primo in Africa, nel 2002, a fornire gratuitamente la terapia e a lanciare campagne di sensibilizzazione con l’aiuto di volontari sieropositivi.

Come David Ngele, che nel 1993 fa il test e risulta positivo all’Hiv.
Uno squasso che gli stravolge la vita.

David Ngele, volontario:
“All’inizio avrei voluto uccidermi, poi ho iniziato a pensare che la vita è un dono bellissimo di Dio e non avrei dovuto suicidarmi.
Mi sono detto piuttosto, d’ora in poi cosa posso fare?”.

La storia di David è quella di migliaia di sieropositivi che, in tutto il mondo, si impegnano in campagne di sensibilizzazione per la prevenzione.
Negli Stati Uniti anche la religione è scesa in campo. In questa chiesa battista si convincono i fedeli a fare il test .
Ben 30 congregazioni hanno aderito al programma.

Saul M. Levin, Dipartimento americano della Salute.

“La fede è importante nella vita delle persone. Nelle chiese, nelle moschee, nelle sinagoghe si cerca conforto. Si tratta di grandi piattaforme da cui divulgare messaggi educativi.
È per questo che quest’iniziativa è così importante per noi”.

Stando a cifre del governo americano, un milione di persone è sieropositiva, convive con on l’HIV negli Usa. Una su cinque non sa di esserlo. L’infezione si diffonde velocemente, si stima che ci sia una nuovo caso di HIV ogni dieci minuti. 50 mila nuovi casi all’anno.

Il nostro corripsondente negli USA, Stephan Grobe:

“Gli Stati Uniti sono lontani dall’avere il pieno controllo sull’Aids. La stragrande maggioranza dei malati sono gli omosessuali e le donne nere. I fondi per la lotta l’Aids si stanno riducendo, ma il programma federale Usa ha il sostegno sia democratico e che repubblicano”.

Warren Buckingham ha coordinato gli sforzi del governo americano per combattere l’Aids nel mondo.

Qualche mese è andato in pensione ma è ancora un consulente del Dipartimento di Stato.

Buckingham, che ha scoperto di essere sieropositivo 25 anni fa, ha deciso di parlare pubblicamente di cosa vuol dire convivere con l’HIV con l’obiettivo di combattere i pregiudizi.

Cosa che continua a fare:

“Nonostante le perdite, la morte, la politicizzazione dell’epidemia, possiamo rilevare che il virus è alla base di trasformazioni sorprendenti.
Ha trasformato gli individui impegnati nella lotta contro l’infezione, ha trasformato le famiglie cambiando il rapporto che si ha con i figli omosessuali. Ha cambiato l’approccio del governo americano verso l’operato internazionale.
Sia qui,negli Usa, sia nel resto del mondo non abbiamo ancora capito come indurre la gente a cambiare i propri comportamenti.
Penso che i pregiudizi della prima ora, quando si cominciò a parlare di Aids, quando la si riteneva una malattia degli omosessuali o dei tossicodipendenti, siano stati vinti. Ma insieme ai pregiudizi, è sparita anche la vigilanza. C‘è un atteggiamento diffuso del tipo “E quindi? se prendo l’infezione ci sono le medicine”. È questo è il vero rischio.
Non c‘è persona che ne sia immune. Non dobbiamo abbassare la guardia, dobbiamo raggiungere più persone, in tutto il pianeta, dicendo che i comportamenti interpersonali sono fondamentali”.