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Vita da rifugiati: i palestinesi ricordano la Nakba

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Vita da rifugiati: i palestinesi ricordano la Nakba

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Ricorrenza amara e bilancio per molti difficile, nel campo palestinese di Jalazone, sette chilometri appena a nord di Ramallah.

Se molti sono nati in questo francobollo di Cisgiordania senza lasciarsi niente alle spalle, altri fanno parte della diaspora della prima ora che ha seguito la creazione dello Stato d’Israele nel 1948.

“Vivo da rifugiato da ormai 50, 60 anni – racconta uno di loro -. Come pensate che possa sentirmi? Quando siamo partiti dalla nostra terra avevo 17 anni e oggi ne ho 83. Mai, da quando Dio ha creato il mondo, si era verificato un esodo di proporzioni simili”.

In cima alle preoccupazioni di molti, il ricongiungimento con una terra perduta non è però la sola debuncia qui ad Al-Jalazone.

“Qualsiasi soluzione si raggiungerà con Israele – dice un altro rifugiato – dovrà anzitutto prendere in considerazione la questione dei rifugiati. E’ prioritaria anche rispetto a quella di Gerusalemme e di Al-Aqsa. Eppure Al-Aqsa è una moschea per noi sacra, alla quale ci rendiamo per il pellegrinaggio dell’Hajj. Un’altra ferita aperta”.

Fra gli oltre 11.000 rifugiati di Al-Jalazone, oltre un terzo ha meno di 14 anni. E per tutti loro, l’Onu denuncia la presenza di appena di scuole.