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Vanessa Winship: gli Usa, riflesso “esagerato” della società europea

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Vanessa Winship: gli Usa, riflesso “esagerato” della società europea

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Il peso della tradizione. Per un fotografo europeo che parta per scattare negli Stati Uniti deve essere immenso, quasi insopportabile. Peggio che entrare al Louvre con un pennello e una tavolozza in mano. Eppure, con una schiera di maestri che vegliano dall’alto e che comincia ai tempi di Timothy O’Sullivan e continua con Walker Evans fino ad arrivare alla fotografia contemporanea del “giovane” Alec Soth, per limitarsi all’essenziale, Vanessa Winship non ha avuto timore di affrontare la sfida.

Vincitrice dell’ultimo premio della Fondazione Henri Cartier-Bresson attribuitole nel 2011, la fotografa britannica ha trascorso circa un anno negli Stati Uniti. Classe 1960, nota per il suo lavoro nei Balcani dove ha trascorso 10 anni, Winship mescola con sapienza la tradizione americana alle sue radici europee. Lavorando alternativamente con una camera di grande formato da 4×5 pollici ed un medio formato, dichiara da sempre la sua frequentazione di un grande classico come August Sander, rivisitando la pratica del ritratto in bianco e nero con delicatezza e profondità. L’abbiamo incontrata a Parigi dove il 15 maggio inaugura la mostra alla Fondazione HCB e la presentazione del libro “She dances on Jackson” edito da Mack. E le abbiamo chiesto come ci si pone dinnanzi alla sfida di proporre il proprio sguardo su luoghi che da almeno un secolo fanno parte dell’immaginario collettivo.

“Credo che, in un certo senso, per un fotografo gli Stati Uniti siano il luogo più fotografato al mondo. Sia in termini di fotografia che di film. In definitiva credo che sia letteralmente il luogo di cui più si è detto” dice Winship. “E io avevo il bisogno di andarci da me. Avevo bisogno di vedere il posto che sprigiona tanta seduzione, il sogno. Perché è anche il mio sogno. Credo sia un po’ il sogno di ciascuno. In un certo senso parlo dell’America ma in fin dei conti parlo della nostra società. Penso che l’America rifletta ma all’ennesima potenza la nostra società. Non è solo l’America. È la nostra società”.

Una società che Winship attraversa con un vero e proprio pellegrinaggio dalla California alla Virginia, dal Nuovo Messico al Montana. E anche i registri si mescolano: dal paesaggio di nuda roccia e calanchi, all’incrocio di strade deserte se non fosse per i cavi e i pali che paiono disegnati da Stephen Shore in persona, al ritratto di “James” che ozia sulle rive del fiume a Richmond, Virginia. I maestri dello sguardo sono tanti ma la necessità di esplorare in prima persona emerge grazie ad un approccio leggero che tuttavia riesce ad evitare derive romantiche.

“Si certo: sono una fotografa e quindi i miei maestri sono i fotografi” dice Winship. “Ma soprattutto era necessario, per me, andare in quei luoghi tanto fotografati. E non si tratta solo della fotografia in sé, si tratta anche della società che tanti hanno immortalato. Per me era anche importante come una sorta di…forse pellegrinaggio è dire troppo… ma per me era necessario andare nei luoghi, negli spazi dove sono accadute le cose, anche se non succede più nulla. Perché ho la sensazione che quei luoghi continuino a echeggiare di accadimenti”.

Il libro di Vanessa Winship si conclude con un breve episodio raccontato dalla fotografa stessa. È la scena dell’osservazione, a distanza, di una scena di vita quotidiana che ha come protagoniste madre e figlia a Chicago. La discreta ma ostinata curiosità con cui Winship osserva la scena lascia trasparire il desiderio di “catturare” quei volti. Ma a prevalere è la discrezione, l’attesa che l’incontro con l’altro nasca in maniera spontanea. Alla fine avviene uno scambio di battute, ma la situazione descrive una fotografia mai scattata. E il racconto dice molto sull’approccio della fotografa alla pratica, antica, complessa e delicata, del ritratto.

“E per quanto riguarda le difficoltà direi che le persone che ho incontrato sono straordinariamente generose. Il mio interesse si rivolge sempre alle persone normali e si tratta di riconoscersi, in un certo senso” spiega Winship. “Credo molto semplicemente che la gente veda la mia vulnerabilità e voglia aiutare. Questi due elementi si incontrano e le persone mi offrono la loro generosità. Ma è sempre difficile, mai facile. Direi che sì, concedermi il privilegio di un ritratto è un atto di generosità. Quindi io cerco di non rubare troppo del loro tempo. Voglio dire: sono e restano degli estranei. Ma in quel preciso istante, io credo, troviamo qualcosa in comune”.

Il premio della Fondazione Henri Cartier-Bresson (una borsa da 35.000 euro) viene assegnato ogni due anni. La mostra inaugurata il 15 maggio sarà visitabile fino al 28 luglio.

Testo, foto e video: Andrea Neri