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Bangladesh, per i lavoratori del tessile primo passo verso condizioni più umane

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Bangladesh, per i lavoratori del tessile primo passo verso condizioni più umane

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La catena svedese H&M e il gruppo spagnolo Inditex sono tra i primi retailer occidentali a sottoscrivere un accordo volto a rafforzare le condizioni di sicurezza nei laboratori tessili in Bangladesh.

Gran parte dei capi di abbigliamento a basso costo venduti in Europa e Stati Uniti sono confezionati nel paese asiatico, in condizioni che Papa Francesco ha equiparato a quelle di schiavi.

Fanny Gallois, attivista dell’Organizzazione Ethique sur l’Etiquette: “Sono le fabbriche del mondo, è in questi paesi che i costi di produzione sono più bassi, nessun mistero: le imprese che vogliono realizzare alti margini di profitto si riforniscono là dove i prezzi sono inferiori”.

Il salario minimo di un lavoratore tessile bangladese è di 38 centesimi di euro l’ora. Un quarto rispetto a quello percepito da un suo collega cinese. Mentre in Europa, seppure con grandi differenze tra un paese e l’altro, è di 20 euro.

La tragedia del Rana Plaza, costata più di 1.100 vite umane, ha aperto uno squarcio su una realtà che le organizzazioni per i diritti umani vanno denunciando da anni. E sembra aver richiamato tanto le imprese occidentali quanto le autorità bangladesi alle loro responsabilità.

Il governo di Dacca ha incaricato una commissione di lavorare a un aumento dei salari minimi. E ne ha creata un’altra per ispezionare gli stabili che ospitano migliaia di fabbriche e che spesso non rispettano le più basilari norme anti-incendio e anti-infortunistiche.