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Primo Maggio in Bangladesh dopo la tragedia

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Primo Maggio in Bangladesh dopo la tragedia

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Un Primo Maggio segnato dal dolore, in Bangladesh, dove non si è ancora spenta l’eco del crollo di un palazzo che ospitava diverse fabbriche tessili costato la vita a oltre 400 operai.

Nel corteo che ha attraversato la capitale Dacca molti cartelli chiedevano la fine della schiavitù: le vittime del crollo producevano per un salario da fame abiti per le grandi marche mondiali: da Benetton a Gap, da WalMart a Mango.

“Celebriamo il Primo maggio con la tristezza per quello che è accaduto pochi giorni fa”, spiega un leader sindacale.

“Protestiamo per i lavoratori che sono stati uccisi dal crollo, chiediamo che il proprietario dell’edificio venga condannato alla pena di morte. Dovrebbe venire impiccato e dovrebbero venire stabiliti dei risarcimenti per le vittime e i loro familiari”.

Una settimana dopo il crollo si contano ancora 185 dispersi. Le speranze di ritrovarne qualcuno ancora in vita sono sempre più deboli.

La fabbrica, che continuava a operare nonostante le numerose crepe nella struttura, produceva capi di vestiario per molte marche vendute in tutto il mondo.

La tragedia, secondo molte associazioni, mette in causa le politiche aggressive delle multinazionali che sfruttano il lavoro a basso costo in paesi come il Bangladesh.