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Bangladesh: proteste e scontri dopo il crollo della fabbrica

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Bangladesh: proteste e scontri dopo il crollo della fabbrica

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Non bastano pochi arresti a calmare la piazza, dopo il crollo della fabbrica alla periferia di Dacca che ha ucciso più di 350 persone, secondo un bilancio ancora provvisorio. Migliaia di operai, per denunciare le responsabilità politiche, hanno bloccato per ore il traffico in diverse località, ne sono stati allontanati a colpi di lacrimogeni e bastoni e sono poi tornati a bloccare il traffico. Scontri, con una cinquantina di feriti, anche al sito industriale di Savar, sul luogo del crollo: due proprietari di altrettante fabbriche installate nell’edificio crollato, due ingegneri della municipalità il cugino e la moglie del proprietario latitante dello stabile sono stati tratti in arresto, ma la piazza chiede che si chiariscano anche le responsabilità politiche: quell’edificio era costruito illegalmente, il pericolo era stato segnalato a più riprese. Se i colpevoli non saranno arrestati entro le prossime ore, dicono i sindacati, sarà sciopero generale.
Le fabbriche tessili della zona hanno deciso di non riaprire per un paio di giorni almeno, per evitare problemi.

E intanto a Savar si cercano ancora centinaia di dispersi. Qualcuno è fortunato: “Poco fa ho parlato al telefono con mia moglie, è viva, è sdraiata dietro a un bagno con tre altre persone, Humayun, Marzina e un’altra ragazza, sono vive”.

Ragazze che con centinaia di collleghe lavoravano in spazi ristretti e malsani, per poco più di un euro al giorno, in quegli otto piani, una fabbrica sopra all’altra, macchinari sempre a pieno ritmo per produrre abiti a poco prezzo, in gran parte per alcuni marchi della grande distribuzione occidentale.