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Boston, zia di Tamerlan "per noi era americano"

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Boston, zia di Tamerlan "per noi era americano"

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A una settimana dall’attentato alla maratona, Boston dedica un minuto di silenzio alle vittime. Finita la caccia all’uomo, le telecamere ripercorrono a ritroso il tentativo di fuga dei fratelli Tsarnaev.

Il giardino di una villetta alla periferia della città è stato il teatro della scontro a fuoco tra la polizia e i presunti attentatori.

“Sparavano all’impazzata e poi l’esplosione della bomba che ha lasciato un buco sul tetto – racconta Loretta Kehayias, la proprietaria dell’abitazione – Gli altri fori credo siano di proiettile, c’era una pistola qui per terra. Abbiamo sentito gli spari contro le nostre finestre. Ci sono fori di proiettile sulla macchina di mio marito, così come sulla mia”.

Dal Daghestan, il padre di Tamerlan e Djokhar dice di volersi recare negli Stati Uniti e continua a difendere i figli, mentre dalla Cecenia arrivano i racconti delle zie.

Il più grande ebbe grandi difficoltà a integrarsi con la famiglia di origine: “A giudicare dai suoi vestiti, dal suo modo di parlare, Tamerlan era americano. All’inizio non fu facile per lui – spiega la zia Patimat Suleimanov – Ma poi si è adattato e noi ci siamo abituati a lui. La gente si abitua alle cose. Iniziammo a non prestare più attenzione all’uso delle parole inglesi al posto di quelle russe “.

Sembra che Tamerlan, dunque, si sentisse straniero ovunque. Per la madre è stato incastrato, secondo lo zio, invece, i due ragazzi “sono stati influenzati da qualcuno’‘.