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Nucleare. Italia in corsa contro il tempo per trovare deposito scorie

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Nucleare. Italia in corsa contro il tempo per trovare deposito scorie

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La disorganizzazione ha un prezzo. E più il tempo passa più l’oblio contribuisce ad annebbiare la comprensione di quanto il costo della disorganizzazione ricada su una comunità, su una società, su un interno Paese. E anche di più: a livello internazionale. A far riemergere nella mente degli sbadati italiani ancora privi di un governo quanto questo principio base sia implacabile ci pensa Sogin, la società italiana che si occupa della gestione degli impianti nucleari della Penisola, del loro smantellamento e della bonifica dei siti.

Il 16 aprile a Roma l’Amministratore Delegato Giuseppe Nucci assieme al Presidente di Nomisma Energia, il Professor Davide Tabarelli, ha presentato il rapporto sull’impatto economico e occupazionale della bonifica di tutti i siti nucleari esistenti in Italia. Ed è stata l’occasione per approfondire gli aspetti di una sfida che, in modo iniquo, il nostro Paese affida ai tecnici lasciandoli spesso nel vuoto delle decisioni politiche necessarie all’attuazione del loro compito ultimo.

L’Italia rappresenta un caso limite nel campo del cosiddetto “decommissioning”, il complesso processo che parte dalla rimozione dei combustibili dai reattori nucleari, allo smantellamento dei siti stessi, fino al trattamento di tutti i materiali che li compongono: dal calcestruzzo dei muri di contenimento, alla piscina per l’immersione delle barre di combustibile, fino al guanto impiegato, magari decenni fa, per la manipolazione di materiali radioattivi.

Tutto questo avviene, a differenza di quanto accade nella maggioranza dei Paesi che si avvalgono della produzione di energia nucleare, Francia in primis, al di fuori di un programma nucleare e di un piano energetico chiaro. Come noto l’Italia ha scelto, non con uno ma con ben due referendum, prima nel 1987 e poi poco dopo l’incidente di Fukushima due anni fa, di fermare i propri reattori. Ogni anno intanto continuano comunque ad accumularsi 500 metri cubi di residui medicali radioattivi che spesso sono stoccati in maniera provvisoria e inadeguata dal punto di vista della sicurezza. Nel corso degli ultimi 26 anni ancora non è stato non solo costruito ma nemmeno individuato il sito per il deposito definitivo delle scorie e rifiuti radioattivi. Entro il mese di agosto di quest’anno il Ministero dello Sviluppo deve adottare la normativa europea sulla gestione dei rifiuti radioattivi, primo passo per l’approvazione, entro il 2015, di un piano definitivo per la gestione dei rifiuti radioattivi. Tutte scadenze rispetto alle quali l’innegabile (e ritrovata) efficienza di Sogin nulla può rispetto ai ritardi amministrativi.

Alcuni dati: 8 sono i siti nucleari di cui Sogin si occupa; 4 sono centrali per la produzione di energia nucleare, ferme in via definitiva dopo l’esito del referendum del 1987; 4 sono centri di ricerca. Le risorse complessive stimate da Sogin per completare la bonifica degli impianti ammontano a 6,5 miliardi di euro. Di questi, 4 miliardi sono dedicati all’attività di smantellamento delle centrali, al riprocessamento del combustibile esausto e al mantenimento in sicurezza degli impianti. E da questo punto di vista l’accelerazione dei lavori negli ultimi due anni è stata evidente.

Ma i tempi stringono e a partire dal 2019/2020 la Francia, che gestisce nel suo centro de La Hague il riprocessamento delle scorie radioattive prodotte dagli impianti italiani, deve “rimpatriare” il materiale per lo stoccaggio definitivo. Il rischio è quindi che, oltre alle sanzioni che scatterebbero in relazione agli impegni presi con Bruxelles, l’Italia sia anche costretta a rinegoziare i contratti con la Francia per “alloggiare” più a lungo le scorie.

Nucci stesso spiega che il deposito italiano può essere pronto in 5 anni. Ne restano dunque appena due per individuarlo, lanciare la fase delle “autocandidature” per trovare località disposte ad accoglierlo o, viceversa, lanciare una fase di trattativa e dialogo con le comunità locali. Una strada che appare tutta in salita. Abbiamo quindi chiesto all’Ad Sogin Giuseppe Nucci se il rischio non è che il deposito e centro di ricerca Avogadro di Saluggia (meno di 10 chilometri dalla confluenza tra Dora Baltea e Po) diventi un deposito di fatto definitivo:

“No, guardi una cosa è certa” spiega Nucci. “Un deposito non può stare vicino all’acqua. E quindi quel deposito è per definizione temporaneo. Noi faremo adesso il Cemex, una grandissima opera che era ferma da molti anni: significa trasformare da liquido a solido i rifiuti ad alta attività. Quei rifiuti dovranno essere portati poi in deposito. Saluggia non lo sarà mai, non lo potrà essere e soprattutto ritengo una cosa: che noi dobbiamo veramente ridare il territorio decontaminato ai cittadini. Perchè da molti anni questo materiale è fermo lì”.

Quindi non nega che il rischio ci sia? “No, non c‘èa alcun rischio. Ma lì c‘è l’80% del materiale radioattivo e quindi c‘è la necessità che venga rimosso” risponde Nucci.

Ma l’attuale contesto di crisi economica e politica italiana non è per voi un deterrente importante? In che modo potete esercitare pressione sulle istituzioni affinchè prendano le decisioni necessarie?

“Ma, guardi, noi facciamo il nostro mestiere, siamo dei tecnici e quindi riteniamo che spetti a qualcun altro dirci cosa dobbiamo fare e da questo punto di vista siamo molto sereni. Abbiamo un programma, stiamo andando avanti e chiaramente se avessimo dei ritardi non sarebbe un vantaggio per nessuno, perchè più tempo passa e peggio è. Quindi noi stiamo anticipando, stiamo accelerando e i 70 milioni di euro che abbiamo risparmiato questi due anni sono significativi…Con 70 milioni si fanno tante cose”.

Sogin stima in 12.000 il numero di posti di lavoro collegati a smantellamento e creazione del deposito definitivo. La copertura dei costi di bonifica dei siti nucleari passa in parte dalla bolletta dell’energia elettrica dei contribuenti. Un costo stimato in 2 euro annui per ogni famiglia italiana.

in foto: Deposito Avogadro a Saluggia, provincia di Vercelli

Foto e testo: Andrea Neri