ULTIM'ORA

ULTIM'ORA

Si vive solo due volte: René Burri a colori

Lettura in corso:

Si vive solo due volte: René Burri a colori

Dimensioni di testo Aa Aa

La tesa del suo cappello nero gli fa da mirino e gli protegge la retina:una retina che custodisce un archivio d’immagini lungo 60 anni. Tutti lo conoscono per le sue fotografie in bianco e nero, il suo lavoro decennale per l’agenzia Magnum, della quale entra a far parte sin dal 1959 grazie a Werner Bischof, i suoi ritratti del Che, di Picasso, di Churchill. Ma René Burri, foulard bianco al collo che riesce a portare con stile senza sembrare un dandy fuori tempo, scatta da sempre anche a colori. Ora il fotografo pubblica un libro che consacra la sua doppia vita: quella a colori accanto a quella in bianco e nero.

“Impossibles Réminiscences”, pubblicato da Phaidon, contiene 136 immagini: un lavoro di composizione e di ricerca, tra gli scaffali di decenni di negativi, fatto dall’autore in prima persona. Elemento cruciale che permette di annoverare la nuova pubblicazione tra i testi d’autore e non già nella categoria un po’ triste delle selezioni da“retrospettiva” più o meno postume. E il risultato non è soltanto una intrigante passeggiata lungo il confine a volte invalicabile a volte intangibile che separa il fotogiornalismo dalla fotografia documentaria o ancora dalla fotografia d’arte. È anche un esercizio affascinante per la comprensione della barriera che separa la scelta cruciale tra la“drammaticità” del bainco e nero e il realismo del colore. E’ la distinzione che lo stesso Burri fa scorrendo le immagini del libro,quando arriva agli scatti di metà anni Settanta lungo il Canale di Suez:3 fotografie, una in bianco e nero, mentre l’esercito fa brillare le mine inesplose, con la nuvola di fumo e sabbia che si leva all’orizzonte. “Più drammatica” della stessa immagine a colori, scattata a pochi secondi di distanza, di cui Burri stesso dice che “rischia quasi d’essere troppo romantica” (foto pubblicata ora per la prima volta, come la maggior parte di quelle che compongono il libro). E infine lo stesso paesaggio, ma in totale assenza della figura umana, solo con il giallo caldo del deserto.

La doppia vita di René Burri a colori - audio in francesce -

René Burri che compie 80 anni oggi, 9 aprile, ha un discorso lucido, uno sguardo fresco e l’ironina di un saggio adolescente: racconta come un romanzo di formazione le sue origini, il suo ingresso quasi fortuito nel mondo della fotografia, la passione determinante di un padre semplice fotoamatore: “All’inizio sostanzialmente non sapevo cosa fare”racconta in occasione della presentazione del libro al Jeu de Paume a Parigi. “E quando ho fatto quella foto di Churchill a 13 anni non era certo un segno che volessi diventare fotografo, niente affatto! E’ stato semplicemente mio padre che, cuoco ma fotografo amatore, mi diede la sua Kodak. Vai in città, mi disse, c‘è un uomo importante che viene a visitare il centro. E insomma a un certo punto è passata una gran Limousine con un uomo in piedi con il cappello in testa. E io ho scattato. Ed era Wiston Churchill che è venuto nel 1946 in Svizzera (a Zurigo). Forse il più europeo degli inglesi perchè disse “let Europearise” [discorso all’Università di Zurigo, ndr].

“Ecco, è cominciato così” continua Burri. “Ma devo dire che sin da bambino ho sempre disegnato. Non appena avevo un foglio sotto mano ci scarabocchiavo qualcosa, all’asilo passavo tanto tempo a disegnare sui quaderni quanto con gli altri bambini. Ed ero un po’ la pecora nera della famiglia: erano tutti professori, soldati, ufficiali, eccetera eccetera.E non sapevano bene cosa se ne sarebbe fatto di questo René. Allora si dissero che magari serei diventato pittore, artista o qualcosa del genere. E quasi avevo cominciato a convincermi anch’io”. Prima che il suo cammino prenda forma c‘è il passaggio fondamentale della Scuola d’Arti Applicate di Zurigo, dove fa i primi passi nel mondo della cinepresa. Più tardi infatti, tra il 1953 e il 1955, Burri lavorerà come regista a diversi documentari. “Quello di cui ero certo” racconta ancora il fotografo “è che volevo capire come mostrare le emozioni. Ero molto solitario, ma anche emotivo. Avevo una sorella che era esattamente il contrario, tutta organizzata… E quindi quando ho visto i primi film francesi, Jean Gabin, dei gran drammi, e Jean Renoir, mi sono detto ma ecco! Ecco come ci si potrebbe esprimere. Però la Svizzera era lontana da Hollywood, lontana anche dagli studios parigini di Billancourt, che più tardi avrei frequentato. E comunque riguardo le belle arti, dopo qualche anno mi hanno chiesto ma allora cosa vuoi fare? Beh, non lo sapevo ancora. Mi hanno fatto visitare tutti i dipartimenti della scuola di belle arti, architettura, moda eccetera”. La svolta arriva quando Burri comincia a frequentare il corso di cinema. “Lì c’era una cinepresa”racconta “e l’ho presa in mano, ho cominciato a guardarla. Allora uno dei responsabili del materiale del laboratorio è venuto e mi ha detto: prima di tutto comincia ad imparare la fotografia. E così ho fatto. E quasi senza rendermene conto ho imparato un mestiere, come un falegname, come un elettricista”.

Nel raccontare i primi approcci con il “mestiere” della fotografia, Burri rivela la fede in un’arte che non sarebbe esistita senza l’invenzione del mezzo meccanico e del piccolo formato ed in particolare, come lui dice,della Leica che sarebbe diventato il “mio terzo occhio”. Da lì a diventare un fotografo e un giornalista il passo è tutto sommato breve.“È stato il cofondatore di Magnum, David Seymour, Chim, che mi ha lanciato, all’inizio nel Canale di Suez, durante la crisi di Suez quando Nasser ha nazionalizzato” racconta Burri. “Ed è così che sono diventato,da un giorno all’altro e senza averne una conoscenza, giornalista.Bisognava nuotare, mi hanno buttato come un bambino nell’acqua e io l’ho fatto”. Nel nuovo libro tutto questo scorre in filigrana, con un montaggio originale che si snoda attraverso la tavolozza dei colori: dal verde al blu, dal marrone al giallo per passare all’arancione e terminare con il rosso. Una sorta d’affermazione di principio: perchè Burri, che tutto sommato ha vissuto con i grandi reportage pubblicati su Life, Look,Bunte, Stern, Paris Match, abdica così platealmente a quel che sarebbe potuto essere un criterio ben più giornalistico, quello cronologico? La risposta non esce dalle labbra dell’autore ma emerge chiara dalle pagine del libro. Perchè la fotografia spesso informa. Ma prima di tutto è forma e come tale ogni nota a piè di pagina è superflua.

Fotografie e testo di Andrea Neri