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Iraq: dieci anni fa veniva distrutta la statua di Saddam. Ma il Paese resta ostaggio della violenza

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Iraq: dieci anni fa veniva distrutta la statua di Saddam. Ma il Paese resta ostaggio della violenza

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Dieci anni fa queste immagini facevano il giro del mondo. Il 9 aprile 2003 la statua di Saddam Hussein veniva fatta cadere dai soldati statunitensi sostenuti dalla popolazione. La folla poi si accaniva contro i resti del monumento dedicato al dittatore. Sono passati dieci anni. L’Iraq è cambiato. Il Paese sta ancora provando a guarire dalle ferite riportate ed è ben lontano dall’aver recuperato serenità. In dieci anni sono morti almeno 122mila civili e la guerra, di liberazione o di occupazione – dipende dai punti di vista, ha lasciato l’amaro in bocca agli iracheni.

“Ho cresciuto i miei figli – racconta Haji, proprietario di un caffè – li ho visti sposarsi e andare all’università. Li ho visti morire. Se mi si chiede se oggi è meglio o peggio rispetto a dieci anni fa, rispondo che dieci anni fa avevo ancora i miei figli. Credo che la risposta sia ovvia”.

Dal ritiro delle truppe statunitensi, nel dicembre 2011, la violenza prosegue incessante. Lo scorso 6 aprile, a sessanta chilometri da Baghdad, un attentato suicida ha fatto 25 vittime. Soltanto in marzo 217 civili hanno perso la vita. Dieci anni dopo il bilancio è contrastante. C‘è maggior libertà di espressione, qualche timido investimento. Il turismo torna lentamente a svilupparsi mentre il potere d’acquisto e i salari degli iracheni sono aumentati ma la disoccupazione resta elevata e riguarda il 18% della popolazione. Nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 29 anni sale addirittura al 57%. Sempre di più le persone cercano di emigrare. Nel 2011 sono state quasi 24mila le richieste d’asilo, essenzialmente in Europa.
In calo invece, rispetto al 2007, coloro che soffrono la fame: un milione e novecentomila gli iracheni malnutriti. Peggiorata la situazione della donna. Il Paese è al 120° posto su 148 nella classifica mondiale per quel che riguarda la parità fra sessi (l’Algeria
è al 74°, l’Arabia Saudita al 145°).

Questo anniversario viene ricordato nel Paese senza grossi entusiasmi:“Può essere considerata una ricorrenza ma non per me – spiega un uomo – a causa della sicurezza, della crisi politica e della situazione economica che si va deteriorando. Le persone vivono in difficili condizioni e non sentono che oggi è o dovrebbe essere, l’anniversario di un evento, positivo o negativo”.

Tra pochi giorni in Iraq si terranno le elezioni per il rinnovo delle assemblee provinciali. Una nuova occasione per altre violenze in un contesto politico teso, tra sciiti al potere e sunniti che restano esclusi.