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A Guantanamo aumentano gli scioperi della fame
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Il portavoce Robert Durand parla di 38 persone. Un prigioniero, Shaker Aamer, al telefono con il suo avvocato ha detto 130.

Quale che sia il numero effettivo, una cosa è certa: lo sciopero della fame che da sette settimane scuote la prigione di Guantanamo si sta allargando a macchia d’olio.

A tal punto da costringere la Croce Rossa internazionale – che tiene controlli regolari all’interno del campo di prigionia americano a Cuba – ad anticipare la sua visita di alcuni giorni.

I vertici della prigione confermano l’aumento dei partecipanti allo sciopero e informano che 11 di loro sono nutriti artificialmente. Ma negano con decisione quello che, secondo le accuse, sarebbe stato il fattore scatenante: il maltrattamento di alcuni corani durante un controllo nelle celle.

Sono passati 4 anni dall’ordine di Barack Obama che avrebbe dovuto mettere la parola fine al campo nato dopo l’11 settembre. Punto fermo in campagna elettorale, dopo la rielezione il dossier “Gitmo” – come viene chiamato il campo – è letteralmente sparito dal tavolo dello studio ovale.

La causa dello sciopero della fame, secondo gli avvocati e le organizzazioni per i diritti umani, è da individuarsi nel senso di smarrimento dei detenuti: per molti di loro non ci sono accuse né processi a carico.

Troppo pericolosi per essere rilasciati a piede libero, troppo a rischio per essere affidati ai Paesi d’origine, troppo “alieni” per essere processati da americani.

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