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Tubercolosi: dai primi test, la speranza di un nuovo vaccino

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Tubercolosi: dai primi test, la speranza di un nuovo vaccino

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Un nuovo vaccino promette di debellare la tubercolosi. I test clinici sono ancora agli inizi, ma il decorso dei pazienti che si sono sottoposti alla sperimentazione autorizza l’ottimismo.

Alfredo Cabaleiro Besada è uno di loro.
“Dopo la diagnosi – racconta – mi hanno dato due opzioni. O un lungo ricovero in ospedale, dove nessuno avrebbe potuto venirmi a trovare senza indossare una maschera speciale. Oppure la reclusione a casa, con visite quotidiane all’ospedale per la terapia, un’iniezione e ventidue pasticche da prendere in presenza di un’infermiera. Io ho optato per questa seconda possibilità. Per andare dal fornaio o semplicemente uscire da casa, dovevo quindi metterla io la maschera”.

Dopo due anni di questa vita, Alfredo ha vinto una malattia che ancora oggi, nel mondo, uccide circa un milione e mezzo di persone all’anno.

“A poco a poco – spiega il pneumologo Rafael Vázquez -, la tubercolosi scava dei fori all’interno dei polmoni, che così finiscono per assomigliare sempre di più a una gruviera. Poi, attraverso il sangue, il bacillo attacca gli altri organi: il cervello, le ossa e tutti gli organi irrigati dal sangue”.

In questo laboratorio biofarmaceutico non lontano dall’ospedale, un team internazionale porta avanti le ricerche del TBVI: acronimo dietro al quale si nasconde una ONG dedita allo sviluppo di nuovi vaccini contro la tubercolosi.

“Quando studiavo medicina – ricorda il microbiologo Carlos Martin, dell’Università di Saragoza – nel 1982 l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva previsto che la tubercolosi sarebbe stata debellata entro il 2000. Ora gli esperti stimano come soglia più probabile quella del 2050. Questo traguardo sarà tuttavia possibile solo in presenza di diagnosi più precoci, medicine più efficaci nella lotta ai nuovi e sempre più resistenti ceppi della malattia. E di nuovi vaccini”.

Primo risultato del progetto di ricerca è lo sviluppo di un nuovo vaccino sperimentale, che viene prodotto in questi laboratori. Rispetto al solo finora esistente, ormai risalente all’inizio del ’900, quello in fase di sperimentazione è un cosiddetto “vaccino vivo”, che si avvale cioè di una versione fortemente depotenziata dello stesso batterio che ingenera la malattia.

Il processo è però lento e particolarmente complesso. “La coltura dei microbatteri su scala industriale – ci spiega la farmacologa María Eugenia Puentes – è particolarmente elaborata. Trattandosi di micro-organismi che si sviluppano a ritmi molto lenti, ci vogliono tra uno e due mesi, prima che possano esser trattati”.

“Stiamo inoltre parlando di un vaccino vivo – prosegue -. Perché sia davvero efficace, dobbiamo quindi verificare sia la sopravvivenza che la stabilità dei batteri durante tutto il processo di fabbricazione”.

Dalla Spagna, ci spostiamo in Svizzera. E’ qui, nell’Ospedale Beaumont di Losanna, che i primi test clinici del vaccino sono stati condotti su un campione di pazienti volontari.

In questa prima fase della sperimentazione, l’obiettivo è anzitutto valutare sicurezza e capacità del vaccino nello stimolare alcune particolari molecole, ritenute in grado di proteggere l’organismo dalla malattia.

“Se i test clinici riuscissero a dimostrare che sono già presenti nell’organismo dei volontari – ci dice l’immunologo François Spertini -, potremmo allora concludere che, tra i veri pazienti, quelli che hanno prodotto queste molecole, dispongono di difese immunitarie più efficaci contro la malattia. E’ questo che stiamo cercando di verificare”.

Tre le fasi di test clinici che attendono ora il vaccino, prima del necessario via libera all’impiego. Di almeno 10 anni, secondo le stime più ottimistiche, l’attesa che comunque ci separa da una sua eventuale commercializzazione.

www.tbvi.eu/projects/newtbvac