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Cinema e diritti umani a Ginevra

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Cinema e diritti umani a Ginevra

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Quest’anno al Festival del cinema per i diritti umani di Ginevra, il Gran premio per il miglior documentario creativo è andato a “Camp 14. Total control zone”, una produzione tedesca che unisce documentario e animazione.

Il regista Marc Wiese incontra un giovane nord-coreano nato in un campo per prigionieri politici dove i suoi genitori scontavano una condanna all’ergastolo. Per realizzare le riprese, Wiese ha trascorso due anni con l’ex detenuto.

Shin Don hyuk è cresciuto fra esecuzioni pubbliche, torture e umiliazioni di ogni genere, ma a un certo punto, con l’aiuto di un altro detenuto, è riuscito a scappare. Nel documentario ci sono anche le testimonianze di un ex secondino e di un ex agente segreto:

“Il ragazzo è nato e ha vissuto per 24 anni nel campo di prigionia, sentendosi costantemente in pericolo – dice il regista – Non aveva idea che la vita, oltre il filo spinato, potesse essere diversa”.

Il riconoscimento per il miglior film di fiction è stato attribuito alla pellicola isreliana “Sharqiya”, di Ami Livne.

Livne racconta la storia di una famiglia di arabi beduini del deserto del Neghev, nell’Israele meridionale e della battaglia per preservare la loro tradizione culturale:

“Mi auguro che il film serva a cancellare i luoghi comuni sulla cultura beduina, migliorando il quotidiano e le condizioni di vita di queste popolazioni”.

Barbara Hendricks, madrina della manifestazione, ha annunciato il vincitore del premio per la pace e la riconciliazione, che è andato al documentario “The act of killing”, nel quale Jeoshua Oppenheimer parla di alcuni capi degli squadroni della morte responsabili del massacro dei simpatizzanti comunisti, all’epoca della dittatura di Suharto.

Il nostro inviato a Ginevra Wolfgang Spindler:

“Il grande afflusso di pubblico registrato al festival del film per i diritti umani di Ginevra, dimostra che il cinema può andare oltre il mero intrattenimento”.