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Roberto Maroni, la Lega e la scommessa macro-regionale

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Roberto Maroni, la Lega e la scommessa macro-regionale

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Roberto Maroni punta alla regione più ricca e popolosa d’Italia, punta ad unirla alle due già governate dalla Lega Nord, guarda a Milano e non a Roma. Per varie ragioni, però, le elezioni regionali in Lombardia sono divenute cruciali e proprio gli elettori lombardi potrebbero determinare gli equilibri al Senato.

Alla base della Lega è toccato digerire prima gli scandali che hanno portato al cambio di leadership, con il Congresso del luglio scorso che si chiudeva con il passaggio delle consegne da Bossi a Maroni; poi l’alleanza con Berlusconi. Berlusconi che aveva appoggiato Monti mentre la Lega stava all’opposizione, un’alleanza da non fare ma che poi è stata fatta.

Al Nord non si può fare nulla senza la Lega, ma la Lega da sola non vince: Maroni e Berlusconi sono alleati ma non troppo, e tutto va bene finché ciascuno ha la sua dimensione. Condizione dell’alleanza era che Berlusconi non aspirasse a Palazzo Chigi, ma l’ottica di Berlusconi è comunque quella del governo. Maroni si limita alla Regione, ma è davvero un limite?

“Fare il governatore della Lombardia è più importante che fare mille volte il ministro. E lo dico io perché l’ho fatto per tre volte.”
“Non mi candido a Roma, non voglio facili paracadute pur potendoli avere, perché ci credo, perché credo che questa sia la decisione giusta per me e per la Lega, perché sono un convinto federalista che antepone il territorio, la Lombardia, a qualunque altra cosa.”

Il sistema elettorale per il Senato dice che i voti vanno contati a livello regionale: i lombardi votano contemporaneamente per la Regione e per il Parlamento, e l’eventuale vittoria di Maroni nella popolosa Lombardia potrebbe determinare l’assenza di una maggioranza al Senato.

È la ragione per la quale tutti i leader nazionali si sono sfidati a Milano, in una sorta di roulette russa, un gioco ad eliminazione, mentre in parallelo si svolgeva una ben più civile campagna per le regionali, con il testa a testa tra Maroni e il candidato del PD, Ambrosoli.

Candidato solo in Regione, ma seguito come un candidato nazionale, Maroni ha subito detto che lascerà la guida della Lega Nord:

“Io ho un principio molto semplice: un culo, una sedia. Non si può fare bene il governatore della Lombardia e anche il segretario della Lega. Non c‘è tempo per fare entrambe le cose. Secondo, il governatore della Lombardia dev’essere il governatore della Lombardia, non di una parte politica. E quindi voglio essere il governatore anche di chi non mi ha votato. Quindi, l’ho già detto, convocherò un congresso straordinario perché la Lega elegga un nuovo segretario federale”

Stessa cosa se perderà: il partito avrà un nuovo leader. Maroni è consapevole del fatto che la Lega qui si gioca tutto: o la va o la spacca, o si vince in Lombardia o si riparte da zero. E non solo per il partito. Per questo la Lega ha deciso di spendere per la regione il proprio segretario, e di focalizzare la campagna su un programma ambizioso: mettere insieme Lombardia, Veneto e Piemonte, e poi andare anche più in là.

“Se vinco in Lombardia si apre una fase nuova: quella del percorso che porta alla realizzazione della macro-regione e prima tessera della nuova Europa delle regioni. E’ un progetto ambizioso, che non riguarda solo il destino della Lombardia ma di tutto il Nord. E che può cambiare tutta la storia: delle regioni del Nord e dell’Europa. E io spero che si realizzi, perché altrimenti sarebbe un disastro: si tornerebbe indietro di vent’anni non solo per la Lega, ma per il Nord”

Per Maroni, e anche negli slogan del partito, il Nord viene prima di tutto. La Lega ha scelto di concentrarsi sul territorio nel quale si esprime da sempre, di riavvicinarsi al suo elettorato. Se Maroni dovesse vincere in Lombardia, il suo partito si troverebbe al governo nelle tre grandi regioni del Nord. Farne una macro-regione come da programma non sarà facile.
Ma il progetto della Lega va anche ben al di là delle frontiere italiane:

“C‘è un progetto europeo, di costituzione di una euro-regione padano-alpina che prevede già le quattro regioni italiane più regioni di altri stati: c‘è la Slovenia, c‘è la Carinzia, c‘è la Svizzera, c‘è una regione francese. Questo è il modello di euro-regione che io voglio realizzare, partendo però dalle regioni italiane: le quattro regioni che messe insieme fanno la macro-regione del Nord. Ma utilizzando gli strumenti europei, perché la nostra prospettiva è la nuova Europa delle regioni”

Anche se c‘è la parola “Europa”, moneta solitamente ben accetta nelle cerchie politiche, a Roma il progetto leghista non è visto con altrettanto favore, per usare un eufemismo.
Gli avversari della Lega parlano di progetto irrealizzabile, ma dicono anche che si tratterebbe di uno strappo inaccettabile:

“Non è uno strappo, è un’evoluzione della trasformazione federale dell’Italia, che è ancora incompiuta: valorizzare i territori, consentire ai territori di auto-governarsi è una cosa buona, una cosa democratica, è una cosa che va verso la valorizzazione dei territori. La macro-regione vuol dire questo. Io parlo di Nord, prima il Nord – non di Padania, perché il Nord presuppone il Sud, in un rapporto dialettico, che interloquisce ma che presuppone l’esistenza di un’altra parte -. Però, dopo tutti questi anni, diciamo che il Nord deve pensare un po’ di più a se stesso.”

Come in ogni separazione, il primo e forse principale aspetto riguarda il denaro: il progetto macro-regionale della Lega Nord prevede che ogni regione trattenga almeno il 75% delle tasse pagate sul proprio territorio. La Lombardia da sola produce quasi un quarto del PIL italiano, il Nord vale quasi il 60% dell’intero Prodotto Interno Lordo nazionale. Le ricche regioni del Nord potrebbero quindi fare molto di più, mentre chi ha meno risorse dovrebbe tagliare le spese:

“Sono soldi nostri, sono soldi nostri. Se fossimo uno Stato indipendente terremmo il 100% dei soldi nostri, siamo parte per ora di uno Stato nazionale, oggi in Lombardia rimane non più del 66%, poco più di due terzi. Noi vogliamo che rimanga almeno il 75%, che vuol dire 16 miliardi di euro all’anno in più. Con questi soldi noi risolveremmo tutti i nostri problemi, lasciando alle altre regioni parte consistente del nostro lavoro, il 25%: con questi soldi le altre regioni devono migliorare le loro performance nella spesa pubblica, ma è quello che bisogna fare”

La campagna elettorale di Roberto Maroni è stata molto intensa: interventi in radio, in tv, incontri con le categorie sociali e nessun comizio, se non alla fine.

Una campagna in giacca e cravatta, senza discorsi dai toni estremisti di fronte a folle a volte anche pittoresche, come accadeva con Bossi. Sarà magari solo una necessità dettata dalle regionali, ma con la leadership di Maroni la Lega sembra aver scelto di voltar pagina, almeno per l’immagine.

Sarà comunque difficile far dimenticare certe frasi, certi discorsi della Lega considerati inaccettabili in Europa. Anche se per Maroni si tratta soprattutto di sintesi errate, di frasi estrapolate dal contesto, di pregiudizi. Ripulire la Lega dall’appellativo di “populista”, comunque, non sarà facile:

“Si, Einstein diceva che è più facile scindere un atomo che battere un pregiudizio. È un pregiudizio diffuso ma assolutamente infondato: noi non siamo populisti, se non nel senso che siamo vicini al popolo. Il popolo è la nostra forza, siamo un partito fortemente radicato sul territorio, come nessun altro; presente in tutti i comuni del Nord, come nessun altro; con tanta gente, migliaia e migliaia di militanti, persone comuni e del popolo, che ci sostengono: come nessun altro. Chi in Europa fa il professore e ci mette sempre in questi report, bene, lo invito a venire qualche giorno, qualche settimana da noi, si accorgerà che la realtà, per nostra fortuna, è ben diversa rispetto ai pregiudizi che circolano in Europa sul nostro conto”.