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L'occhio di Greenberg: la collezione del gallerista newyorkese in mostra a Parigi

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L'occhio di Greenberg: la collezione del gallerista newyorkese in mostra a Parigi

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«Szarkowski mi ha davvero ispirato. L’ho conosciuto quando era già anziano. Era un elitista, un intellettuale particolarmente snob, su questo ci sono pochi dubbi! Veniva da un mondo che non era il mio. Ma era una persona che non giudicava gli altri, che parlava a ciascuno come avrebbe parlato al Presidente. Aveva un modo tutto suo di coinvolgerti in una discussione, si metteva sul tuo stesso piano. Quando veniva alla galleria parlavamo molto, di fotografia certo ma anche di tanto altro. Era il solo dell’ambiente con il quale mi sentissi tanto piccolo e allo stesso tempo tanto a mio agio. Era davvero un mito. Nella mia collezione ho una delle sue fotografie. Non sono un grande amante del Szarkowski fotografo ma è una sorta di omaggio ad un uomo formidabile».

Le parole di Howard Greenberg dicono molto se non tutto sulla mostra che la Fondazione Henri Cartier-Bresson di Parigi propone fino al prossimo 28 aprile. Un’esposizione che è come un romanzo di formazione: uno studente di psicologia perde la testa per la fotografia, da semplice appassionato diventa gallerista e poi, da commerciante, raffinato collezionista. Come è possibile? Semplice: questo particolare bildungsroman si svolge tra Woodstock e New York, negli anni Settanta. E il personaggio in questione ha la fortuna e certo la saggezza di frequentare il posto e l’uomo giusti. Il Moma di New York. E John Szarkowski.

Siamo andati alla Fondazione Cartier-Bresson per vedere da vicino le stampe che compongono questa mostra. Dagli anni Ottanta del 1800 fino agli anni Settanta del Novecento (con qualche rarissima puntata fino al contemporaneo: Sally Mann, Ray K. Metzker) il corpus si caratterizza per almeno due elementi degni di riflessione se comparati con le tendenze della fotografia contemporanea. Primo: la totale – e doverosa – preferenza per la stampa analogica di grande qualità. Secondo: la predilezione – del tutto controtendenza – per le fotografie di piccolo formato, con diversi picchi di sublime qualità nei casi di stampe a contatto: ‘Powerhouse Mechanic’ del 1924 di Lewis Hine o Berenice Abbott con Pennsylvania Station e la stazione dei bus Greyhound a Manhattan, entrambe del 1936.

Agnès Sire, Direttrice della Fondazione HCB e curatrice della mostra, ci ha parlato di Howard Greenberg, del rapporto tra il commerciante e il collezionista, della ricerca quasi ossessiva della stampa “giusta”. «Greenberg, gallerista di spicco della scena newyorkese, si è deciso, alla fine degli anni Settanta, a cominciare a costituire una collezione propria» spiega Agnès Sire. «Non sempre è stato facile perché, come ogni gallerista, ha attraversato alti e bassi finanziari. Le belle stampe costano, ma il vantaggio è che, grazie al suo mestiere, ha la possibilità di vedere le stampe, riconoscere e scegliere quella giusta. Per lui diventa quasi un’ossessione: trovare la stampa giusta della foto giusta al momento giusto. E’ veramente la frase che ripete come un mantra. Non ha in testa una lista d’immagini che vuole avere: è piuttosto l’occasione che si presenta e poi ovviamente ci sono i suoi gusti che lo portano certamente verso la fotografia umanistica del Ventesimo secolo ma dedicando allo stesso tempo un’interesse particolare al modernismo ceco, alla fotografia astratta, una fotografia nella quale il mezzo s’interroga sul proprio ruolo e capacità. Questo dialogo è particolarmente interessante: da un lato la fotografia che genericamente è classificata come giornalistica, come possono essere le foto di Robert Capa, che fa da contraltare ai formalisti cechi e ad una fotografia di tutt’altro tipo».

HCB - EXPO GREENBERG - ITW SIRE from Andrea Neri on Vimeo.

La mostra rivela una sostanziale ambivalenza che rispecchia quella dello stesso Greenberg. Prima di diventare gallerista ha fatto degli studi di psicologia, poi si è appassionato alla fotografia ed ha tentato lui stesso di diventare fotografo. Poi ha creato un’associazione a Woodstock dove si ritrovavano molti fotografi. «Insomma è stato prima di tutto un appassionato militante della fotografia prima di diventare un gallerista, un commerciante ed infine un collezionista. Quindi è chiaro che questa scelta espositiva è uno specchio della sua personalità» racconta Agnès Sire. «La collezione è molto più corposa: presentiamo qui 120 stampe mentre la sua collezione ne comprende circa 400. L’idea dell’esposizione è nata da una conversazione con lo stesso Greenberg e con Sam Stourdzé, Direttore del Museo dell’Eliseo a Losanna assieme al quale abbiamo concepito la mostra, che l’ha allestita subito prima di noi e con il quale abbiamo realizzato il catalogo edito da Steidl».

L’elemento che per primo salta all’occhio è la totale assenza di stampe a colori. Agnès Sire assicura che la selezione è in questo fedele alle scelte del collezionista: «Nella sua collezione personale ci sono pochissimi fotografi a colori. Ma nonostante ciò Greenberg come gallerista rappresenta anche fotografi che lavorano con il colore a partire da Joel Meyerowitz e Saul Leiter. Quindi rappresenta dei fotografi a colori ma la sua collezione ne comprende pochissimi: non siamo noi ad aver scartato volutamente il colore dall’esposizione. La prima scelta molto più ampia che abbiamo fatto era già tutta in bianco e nero. Chissà: magari tra 10 anni Greenberg mostrerà un volto diverso della sua collezione dopo aver acquisito una maggior quantità di immagini a colori, ma in ogni caso non è stata una scelta specifica da parte nostra».

Sul ruolo che il Direttore del reparto Fotografia del Moma John Szarkowski ha avuto nei confronti di Greenberg, Agnès Sire dice: «Szarkowski è stato per Greenberg un riferimento fondamentale. Racconta sempre che quando era a Woodstock andava una volta a settimana a New York per vedere le mostre e il Moma era ovviamente il riferimento principale. Il Moma che, per quanto riguardava la fotografia, era il regno di Szarkowski. Era per lui un nutrimento fondamentale e si sa quanto il Moma sia stato assolutamente precursore per il modo in cui mostrava la fotografia in un museo generalista».

Ciò che dà maggiore soddisfazione al visitatore è la sensazione unica di potersi avvicinare alle stampe e rendersi conto che ogni centimetro in più aumenta, anziché diminuire, il piacere dell’occhio. Niente pixel: soltanto chimica, sali d’argento. «Questa mostra è certo interessante per il contenuto ma soprattutto perché la qualità delle stampe è eccezionale e Greenberg spesso ha inseguito una bella stampa di una fotografia che voleva assolutamente avere: magari conosceva quella stampa, sapeva che l’aveva il tal collezionista, lo contattava e gli diceva che se un giorno avesse voluto venderla lui l’avrebbe comprata. E il merito della mostra è ricordare qualcosa che spesso il pubblico dimentica: che la fotografia non è soltanto una riproduzione, una superficie piatta: è anche e soprattutto un oggetto e le stampe analogiche qui esposte sono spesso e volentieri tra le migliori che siano in circolazione di quella fotografia».

«Tra le stampe esposte c‘è un gruppo d’immagini talmente famose che sono pubblicate sui libri di scuola, sui libri di storia» continua la Direttrice della Fondazione «come l’immagine di Capa della morte del miliziano spagnolo, lo sbarco in Normandia o la ragazza con il fiore di Marc Riboud o ancora la foto di Yevgeny Khaldey a Berlino il 2 maggio 1945. Tutte foto arcinote. Ma sono appunto immagini di cui Greenberg ha recuperato delle stampe di altissima qualità. Le stampe che lui voleva: quella dello sbarco in Normandia è la prima stampa, quella che ha usato ‘Life’. Stessa cosa per la fotografia del miliziano spagnolo. In generale molte delle stampe di queste fotografie di Capa hanno perso corpo, non hanno più spessore, sono troppo leggere a causa dei problemi al momento dello sviluppo e in generale è difficile trovare riproduzioni di grande qualità».

Walker Evans e Paul Caponigro, Edward Steichen e Josef Sudek, Weegee e Robert Adams, Lee Friedlander e Sally Mann: sono solo alcuni dei fotografi esposti. Fino al 28 aprile potrete, anche solo per un istante, guardare con i loro occhi.

Foto, testo, video: © Andrea Neri – Documentary Platform