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Per i braccianti africani in Sud Italia un'emergenza vecchia di vent'anni

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Per i braccianti africani in Sud Italia un'emergenza vecchia di vent'anni

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Si ripete da più di vent’anni, ma la chiamano ancora emergenza. I braccianti stranieri che in Calabria raccolgono le arance trovano ogni anno una situazione peggiore. Tre anni dopo la rivolta siamo tornati a Rosarno, dove non è cambiato niente.

Da ottobre a marzo, almeno 4000 persone vivono in case abbandonate o in tendopoli come questa. Lavorando dieci ore al giorno tengono in vita un settore economico strangolato dai prezzi globali, e che resta a galla solo grazie a una specie di moderna schiavitù.

Tounda, Senegal: “Parto all’avventura, il lavoro non è garantito. Se trovo qualcuno bene, se no…”
-“Vai a Rosarno?”
“Si a Rosarno”.
-“E se qualcuno ti prende?”
“Allora è per tutto il giorno, per l’intera giornata”
-“Quanto ti da?”
“25 euro”.

Un rapporto di Amnesty International diffuiso a dicembre scorso parla di “sfruttamento generalizzato” nelle campagne italiane. I braccianti africani ricevono una paga che corrisponde al 40 per cento dei minimi sindacali. E malgrado ciò, trovare lavoro non è facile, nemmeno a queste condizioni.

Tourè, Burkina Faso: “Lavori due giorni e poi stai fermo tre… così quello che guadagni lo devi spendere per vivere”

L’industria delle arance in Calabria è stata una ricca risorsa per tutto il territorio. Poi, tra gli anni 70 e 80, si è trasformata in una serie massiccia di frodi all’Unione europea, grazie alle “arance di carta”. E oggi, resta solo un settore marginale nell’economia globalizzata.

Nella Piana di Gioia Tauro più di 7000 ettari sono coltivati ad agrumi. Almeno 5000 produttori, che una volta esportavano fino in Russia o negli Stati Uniti, ora debbono accettare il prezzo fissato dai pochi grandi acquirenti. La Coca Cola, ad esempio, paga 8 centesimi di euro per un chilo di succo.

Fabio Mostaccio, sociologo dell’Economia, Università di Messina: “I produttori debbono accontentarsi dei prezzi stabiliti dall’industria che non viole scendere al di sotto di un certo limite. Qui c‘è la causa principale dello sfruttamento del lavoro dei braccianti stranieri. Accadeva una volta e continua ad accadere adesso. Una volta, 50 anni fa, si sfruttavano i locali, oggi tocca agli straneri”.

Questa manodopera a basso costo è una boccata di ossigeno per l’economia locale, ecco perchè l’agricoltura calabrese ha bisogno di queste braccia. Ma non ci sono programmi istituzionali per gestire l’accoglienza degli stranieri. Così, restano invisibili.

La tendopoli di San Ferdinando, inaugurata a febbraio scorso è subito raddoppiata spontaneamente. Più di 700 persone hanno vissuto al riparo delle buste di plastica. A dicembre, dopo una tempesta di pioggia, il sindaco ha deciso di agire.

Domenico Madafferi, sindaco di San Ferdinando: “Ho chiesto subito aiuto. Ho scritto al prefetto, al presidente della Regione Calabria, alle altre istituzioni. Nessuno mi ha risposto. Così non ho avito scelta, ho dovuto disporre la chiusura della tendopoli”.

Nonostante l’emergenza umanitaria, sono trascorsi a vuoto piu di due mesi, prima di racimolare le risorse economiche necessarie a un nuovo campo.

Vittorio Piscitelli, Prefetto di Reggio Calabria: “Non avremmo potuto tollerare quella situazione per tutto l’inverno. Quelle tende sono iandeguate per queste temperature. Quindi, facendo uno sforzo ulteriore, abbiamo deciso di usare le tende che normalmente sono destinate alle catastriofi naturali”.

Parole sagge. Ma due settimane dopo questa intervista il nuovo campo era ancora vuoto. Solo in questi giorni comincia a essere popolato. Ma mancano ancora i soldi per la gestione, per cui non si sa come andrà a finire.

Solo le associazioni locali esprimono critiche per la maniera in cui le istituzioni intervengono: negando il fenomeno fin quando non prende la forma di quella che chiamano emergenza.

Arturo Lavorato, di AfriCalabria: “Quello che manca è un intervento strutturale. La sola proposta di cui si parla prevede un intervento in una struttura prefabbricata, isolata dal centro, pronta a trasformarsi in un ghetto. Con gli stessi soldi si sarebbero poture riadattare e usare molte case del territorio”.

Nel prossimo giugno le tendopoli dovranno essere smantellate, ma presto il problema si risolverà da solo: la stagione della raccolta finisce e molti lavoratori partiranno alla ricerca di una nuova Rosarno.

Fino ad allora i lavoratori africani di San Ferdinando dovranno fare da soli, senza programmi di accoglienza. Sola assistenza, in caso di malattie, il bus di Emergency.

I medici dell’Ong ricevono una quarantina di persone al giorno, e diagnosticano mal di schiena, artosi, gastriti, reflussi gastrici, insonnia…

Per loro Rosarno è solo uno de posti popolati dagli invisibili, le decine di migliaia di persone che lavorano in Europa, ma che l’Europa fa finta di non vedere.

Roberto Buttignol, Emergency: “E’ una specie di esercito di lavoratori migranti, che si muove seguendo le stagioni di raccolta. Prima di qui erano in Puglia, prima ancora in Basilicata e Sicilia. O in campania, per la raccolta famosa dei pomodori. Quando finisce di nuovo in Calabria”.