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I rifugiati siriani abbandonati in Libano

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I rifugiati siriani abbandonati in Libano

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Sopravvivere nonostante la guerra. Una sfida per migliaia di rifugiati che hanno lasciato la Siria. E chi riesce ad arrivare in Libano, si trova spesso a vivere nella più totale indigenza.

A far luce su questa crisi umanitaria, l’ultimo rapporto, il secondo in otto mesi, di Medici senza frontiere. Presentato giovedì scorso, contiene le conclusioni di un’inchiesta condotta a dicembre in Libano: a Saida, nella Valle della Bekaa, e a Tripoli.

I dati su questa mappa indicano il numero di rifugiati siriani già registrati o in procinto di esserlo nei paesi limitrofi: Libano, Iraq, Giordania e Turchia. Attualmente in Libano sono quasi 220mila, concentrati in prevalenza nella Valle della Bekaa, e rappresentano il 6% della popolazione del paese.

Samia Gamal ha quindici figli al seguito. Fuggiti a causa della guerra, sono arrivati nella Valle della Bekaa e non ricevono alcun tipo di assistenza.

Samia Gamal: “Affittiamo questa tenda per 100 dollari al mese. La tenda era già qui quando siamo arrivati. Abbiamo parlato con i proprietari e l’abbiamo presa”.

Due figlie di Samia hanno trovato lavori saltuari, ma il denaro che guadagnano non basta per le spese quotidiane di tutta la famiglia.

Samia Gamal: “Non compriamo molto cibo, solo frittelle e un po’ di verdura. Non possiamo permetterci cibi costosi come pollo o altra carne. A volte, facciamo un solo pasto al giorno, altre volte due. Dipende da quello che riusciamo a trovare. Di solito, mangiamo zuppa e riso. E’ il nostro cibo abituale. Un carico di legna costa 150 dollari e ci servono due carichi al mese”.

A differenza di quanto è accaduto in paesi come la Turchia, in Libano non sono stati allestiti dei campi per accogliere i rifugiati. Molti di loro sono costretti a sistemarsi in edifici abbandonati, o in tende di fortuna.

Sotto il profilo sanitario, la situazione è critica: oltre la metà dei rifugiati recensiti da Medici senza frontiere non ha i mezzi per pagare i trattementi contro le malattie croniche. Le prestazioni mediche, soprattutto nel campo dell’ostetricia e della ginecologia, hanno costi proibitivi. E chi non è ancora registrato come rifugiato, deve pagare ogni spesa di tasca propria.

Per ottenere lo status di rifugiato, occorrono da due a tre mesi. Nel frattempo, le famiglie siriane possono contare solamente sulle loro forze per sopravvivere in Libano.

Per parlare di tutto ciò, è in collegamento da Ginevra Bruno Jochum, direttore generale di Medici senza Frontiere.

Raphaele Tavernier, euronews: Medici senza Frontiere ha recentemente presentato un rapporto sulle condizioni di vita dei rifugiati siriani in Libano. E sembra che molti di loro manchino di tutto. Come spiegare questo aggravamento della crisi umanitaria?

Bruno Jochum, Medici senza frontiere: Sono appena rientrato da una visita di qualche giorno presso le nostre equipe mediche nella Valle della Bekaa e a Tripoli. Ciò che si può constatare, è un flusso quotidiano di famiglie con donne e bambini che attraversano la frontiera e che al loro arrivo non trovano un’assistenza adeguata. Sono costretti a cavarsela con il poco che hanno, anche se stanno fuggendo da una zona di guerra.

euronews: Il rapporto indica che molti rifugiati siriani non sono nemmeno registrati presso l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Perché?

Jochum: E’ un paradosso. Da un lato, questi rifugiati sono identificati piuttosto rapidamente nelle ambasciate libanesi. Dall’altro, però, il processo di registrazione per ottenere lo status di rifugiato richiede tempi lunghi, troppo lunghi, fino a due o tre mesi. Il problema è che l’offerta di assistenza è condizionata al conseguimento di queso status. E’ ovvio che una famiglia con bambini piccoli non può attendere così a lungo, specie in inverno. L’assistenza dovrebbe essere disponibile fin da subito, fin dall’arrivo dei rifugiati, o pochi giorni dopo.

euronews: I rifugiati siriani devono pagare una parte delle spese mediche, ma è a loro carico anche l’affitto di un appartamento. Perché, a differenza della Giordania o della Turchia, il Libano non ha mai creato dei campi di accoglienza. Se Beyrouth continua con questa politica, come è possibile migliorare le cose?

Jochum: La priorità è mettere a disposizione degli alloggiamenti collettivi, e magari dei campi di prima accoglienza, se il grande afflusso di rifugiati impedisse di trovare soluzioni più adatte. Circa la metà dei rifugiati in Libano sono costretti ad affittare a loro spese una stanza, un appartamento. E l’altra metà si sistemano come possono in edifici in costruzione, in fattorie o in garage. Spesso si tratta di sistemazioni che non hanno finestre né riscaldamento, e dove ci sono 10, 15 persone ammassate in ogni stanza.

euronews: Bruno Jochum, lei conosce bene la realtà sul terreno. E’ intervenuto in Somalia, Sudan e Afghanistan. Che idea si è fatto della crisi siriana?

Jochum: Ciò che colpisce, in primo luogo, è il livello di violenza espresso dalle fazioni in guerra. Più volte, il personale medico e i pazienti sono stati presi di mira. Inoltre, bisogna ricordare che abbiamo a che fare con persone della classe media e della classe popolare, che fino a poco tempo fa vivevano in pace e che ora vedono affondare il loro mondo. Sono persone come lei e me, costrette a fuggire dalle loro case: l’importante è che la solidarietà internazionale agisca in fretta e sia all’altezza delle loro necessità.