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Figli e padri disoccupati. L'Italia trema per il suo "sistema famiglia"

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Figli e padri disoccupati. L'Italia trema per il suo "sistema famiglia"

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Salvatore parla quattro lingue. Ha lavorato in tre continenti e messo in piedi in Ecuador un lussuoso ristorante italiano. Oggi a sfamare sua moglie e suo figlio di venti mesi sono però gli aiuti della Caritas.

“Qui in questa busta c‘è praticamente il nostro mese di sopravvivenza – dice mostrandoci il pacco appena ritirato nella parrocchia milanese di SS. Nebore e Felice -. Ma quello che mi interessa di più sono queste cose per il bimbo”.

Salvatore è uno dei quasi 2,9 milioni di disoccupati censiti a dicembre in Italia. La cifra, aumentata dell’1,8% in un anno, spaventa gli esperti per possibili conseguenze, come il crollo del sistema di solidarietà basato sulla famiglia, che ha finora permesso di evitare il peggio.

“Per l’Italia, la Spagna e i paesi mediterranei che hanno fatto tradizionalmente affidamento alla famiglia come come rete di protezione – spiega Ian Ross Macmillan, direttore del Centro di ricerca Dondena sulle dinamiche sociali dell’Università Bocconi -, fa davvero la differenza se c‘è disoccupazione anche fra gli adulti più avanti con gli anni. In quel caso, questa rete di protezione cede di schianto”.

Quando il crack Lehman Brothers gli si è mangiato i risparmi e l’ha costretto a lasciarsi alle spalle quanto aveva costruito all’estero, Salvatore ha deciso di ricominciare da Milano. La crisi l’ha però raggiunto e gli ha portato via anche il ristorante che dal 2009 gestiva per conto di una grande catena. Oggi dice di non trovare lavoro proprio a causa della sua ‘eccessiva’ esperienza.

“A volte mi dicono che è per l’età – spiega -, a volte per il mio curriculum: con più di vent’anni d’attività alle spalle si presume che mi si debba pagare un certo tipo di stipendio. Che sia all’altezza di questa esperienza e questa professionalità”.

Più che mai, l’importanza del sostegno familiare appare oggi cruciale. Tutti gli indicatori mostrano che per sopravvivere i figli hanno sempre più bisogno dei padri.

In media del 24% nell’Eurozona, in Italia il tasso di disoccupazione degli under 25 è aumentato di quasi 5 punti in un anno e sfiora adesso il 37%.

In sempre più dicono inoltre di dover rinunciare a “bisogni basilari” per arrivare alla fine del mese, collocando l’Italia al quart’ultimo posto in Europa di questa triste classifica.

Una ricerca su giovani e crisi condotta dal vicedirettore del Centro Dondena, Arnstein Aasve, non esita a parlare di “disastro economico e sociale” su scala europea, soprattutto per i possibili effetti a lungo termine.

“I giovani d’oggi – spiega – non saranno altrettanto indipendenti, sul piano economico, di quelli della generazione precedente. Tutto, per loro, finisce quindi per slittare nel tempo: trovare un impiego stabile, comprare casa, mettere su famiglia, avere dei bambini…”.

Una conseguenza di breve termine sarà secondo Arnstein Aassve un consistente incremento delle migrazioni verso i paesi più ricchi. Le differenze si acuiscono però intanto anche in Italia.

Più che doppia di quella della Lombardia, in Campania la disoccupazione giovanile ha toccato il livello record del 34%. I laureati che trovano lavoro, guadagnano poi in media il 17% in meno dei loro colleghi del Nord.

In tasca una laurea in matematica all’Università Federico II di Napoli, Raffaella è una di loro.

“Ho lavorato in una scuola privata per sette mesi a soli 600 euro al mese – racconta -. E questo perché mi è stata tolta la possibilità di abilitarmi. E’ uscito un concorso quest’anno, ma potevano partecipare solo i laureati fino al 2002 e quelli con l’abilitazione. E noi? Noi non siamo stati presi in considerazione”.

Quasi raddoppiata a partire dal 2007, la disoccupazione a un anno dalla laurea ha toccato nel 2011 il 19%.

Ex-compagna di studi di Raffaella, per sfuggire alla disoccupazione la sua amica Roberta ha dovuto rassegnarsi a fare tutt’altro e a mettere da parte le sue aspirazioni.

“Io laureata in matematica con 110 e lode, e formatami anche all’estero – racconta – ho dovuto adattarmi, trovando altri tipi di lavoro, ho lavorato due anni come impiegata”.

Flebili anche le speranze che tanti giovani come Roberta e Raffaella possono riporre nelle statistiche: nel 2011 pari al 12,5% delle assunzioni, il numero di laureati che saranno assorbiti dalle aziende italiane, dovrebbe salire entro la fine dell’anno di non oltre 2 punti.