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L'Italia rinuncia all'università

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L'Italia rinuncia all'università

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In Italia, i giovani non vanno più all’università.

Negli ultimi 10 anni le iscrizioni sono diminuite del 17%, ci sono 58 mila studenti in meno. E’ come se fosse sparito un ateneo di grandi dimensioni.

A lanciare l’allarme all’inizio di febbraio il Cun: il Centro Universitario Nazionale. Erica, poco più che ventenne, va controtendenza. Dopo la laurea in architettura, al politecnico di Milano, quest’anno si è iscritta a ingegneria. La richiesta che fa al governo di domani è chiara:

Erica Lenzi, studentessa: “Investire, investire investire, su docenti, investire sugli studenti, lo studio non è solo tasse universitarie, lo studio è materiale, è tempo, concentrazione, spese per le famiglie che devono essere aiutate”.
Negli ultimi anni ci sono stati invece pesantissimi tagli all’università. Dal 2008 a oggi, il fondo di investimento ordinario è passato da 6,867 miliardi ai 5,822 miliardi del 2013. Un taglio di oltre il 15% che mette a rischio default 30 università, quasi la metà degli atenei pubblici. Il ministro Francesco Profumo, a dicembre, aveva chiesto che destinassero agli atenei pubblici 400 milioni supplementari per il 2013. Ne ha ottenuti appena 100.

Giovanni Azzone, Rettore Politecnico Milano
“Tutti i tagli di tipo lineare non entrano nel merito, in alcune università questi daranno luogo a un miglioramento, dove però già da alcuni anni lo sforzo di razionamento si è fatto. Significa ridurre i servizi, vuol dire avere ragazzi che hanno meno possibilità… ad esempio, hanno meno possibilità di andare in erasmus. Vuol dire avere aule più affollate rispetto al passato e questo rapporto docenti studenti è già molto alto nelle università italiane”.
In sei anni nelle università italiane sono stati eliminati oltre mille corsi di laurea.

Cecilia Cacciotto, euronews:
“In quest’aula circa un centinaio di ragazzi sta sostenendo l’esame di chimica. Si laureeranno in media fra 2-3 anni, pochissimi decideranno di rimanere a fare la carriera universitaria”.

Difficile, blindata, pilotata la carriera universitaria in Italia scoraggia anche i migliori. Molti così decidono di abbandonare il Paese. Partire all’estero non è un tabù per Luisa Collina, che crede che il fenomeno rientri nel quadro più ampio della globalizzazione.
È d’accordo su un fatto:

Luisa Collina Professoressa, Politecnico Milano:
“In realtà la carriera universitaria in generale è per pochi, perché è una carriera attrattiva e attira molti giovani talenti, però i posti sono limitati, a maggior ragione sono limitati negli ultimi tempi”.

La fuga di cervelli è un fenomeno vecchio per l’Italia. È una novità invece che l’esodo di migliaia di giovani più che qualificati costa al Belpaese più di 1,2 miliardi di dollari. E’ il capitale generato da 243 brevetti registratiall’estero dai 50 migliori ricercatori italiani.

Secondo l’Istituto per la Competitività questa cifra, nei prossimi 20 anni, potrebbe arrivare quasi a 4 miliardi di dollari.

Un dato che sembra non impressionare gli italiani.
Altro dato impressionante è invece quello dei laureati. Il numero dei laureati è ben al di sotto della media OCSE: l’Italia è 34esima su 36 Paesi e solo il 19% dei 30-34 enni ha una laurea contro il 30% della media europea.

Massimiliano Vaira, 46 anni, dedica la propria vita all’università. Dopo sacrifici e precariato, è diventato ricercatore a tempo indeterminato all’università di Pavia solo 8 anni fa.

Massimiliano Vaira, Università di Pavia:
“C’è un generale sentire che non premia l’istruzione, in Italia la cultura e l’istruzione non è così valorizzata. Ricordo che c’è stato un ministro, recentemente, che per giustificare i tagli al settore in senso ampio ha detto: tanto con la cultura non si mangia”.

euronews: “Cosa fa il ministero in questo senso?”
Massimiliano Vaira: “Negli ultimi dieci anni il Ministero della Ricerca non ha fatto nulla, chi ha dettato legge è stato il Ministero dell’Economia”. Pavia, a circa 40 chilometri da Milano, è sede universitaria antica e prestigiosa. Una rete di collegi universitari garantisce il diritto allo studio.

Diritto che rischia di venir risucchiato nell’abisso dell’indifferenza, senza politiche mirate.