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Controllati a vista dalla polizia questo sabato è stato il turno dei militanti di Ennahda, il partito islamico al potere in Tunisia, di manifestare. A riversarsi nel centro di Tunisi sono state oltre 5 mila persone.

Poche, però, se confrontate con le decine di migliaia scese in strada nei giorni scorsi dopo l’assassinio di Chokri Belaid, uno dei capi dell’opposizione laica. In seguito all’episodio il premier Jebali ha ribadito di voler creare un governo di unità nazionale. Anche a costo di dimettersi, se non dovesse avere il sostegno necessario.

Ma la base del suo stesso partito non sembra favorevole: “Sono qui per portare il mio sostegno a questa manifestazione – dice uno degli intervenuti – e a tutte le manifestazioni che mirano a salvare il Paese e a farlo uscire da questa impasse politica”.

“Siamo qui per mantenere la legittimità del governo al potere – gli fa eco un altro -, per far sì che la rivoluzione tunisina abbia successo e per realizzarne gli obiettivi. Siamo qui anche per dire no ai servizi segreti stranieri, all’intervento della Francia nei nostri affari e anche ai complotti”.

Oltre al capo dell’opposizione Béji Caid Sebsi, l’altro bersaglio dei cori dei manifestanti è stato proprio il governo di Parigi, dopo che il ministro dell’interno francese Manuel Valls aveva parlato, il giorno dell’omicidio, di “fascismo islamico”.

Per l’inviato di Euronews a Tunisi il conflitto politico in Tunisia si è trasformato in una corsa alla mobilitazione e alla dimostrazione di forza nelle strade tra il partito Ennahda al potere e i partiti dell’opposizione. Il tutto in un clima aperto ad ogni possibilità.

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