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"La Siria è una calamita per gli estremisti islamici nel mondo" dice ad Euronews il ministro israeliano uscente, Danny Ayalon

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"La Siria è una calamita per gli estremisti islamici nel mondo" dice ad Euronews il ministro israeliano uscente, Danny Ayalon

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Danny Ayalon, ministro degli esteri uscente di Israele, è uno degli uomini più influenti degli ultimi anni della diplomazia del paese.
In questa intervista ad Euronews ha affrontato questioni spinose, come il conflitto in Siria e il programma nucleare dell’Iran.
James Franey ha incontrato il ministro israeliano ai margini della Conferenza internazionale sulla sicurezza di Monaco, in Germania.

euronews:
Grazie ministro per aver accettato di rispondere alle nostre domande.

Danny Ayalon:
Grazie dell’invito.

euronews:
Iran e Siria dicono che si vendicheranno per l’attacco aereo al centro per la ricerca militare in Siria di cui avete parlato. Come lo interpretate?

Ayalon:
Non capisco di cosa stiano parlando. Ma credo che con la Siria ci dobbiamo confrontare con il sostegno massiccio che il brutale regime di Assad sta avendo da parte degli Ayatollah iraniani e dai loro alleati in Libano, gli Hezbollah.

euronews:
Se ci sarà una controffensiva di Iran e Siria,
quale sarà la risposta di Israele?

Ayalon:
Ovviamente Israele ha il diritto di autodifesa,
abbiamo l’obbligo di proteggere la nostra popolazione. Purtroppo, vediamo che la radicalizzazione della regione è dilagante, e ciò che era stata definita la cosiddetta “Primavera araba”, si sta trasformando in un “Inverno islamico”. Un’influenza arriva in gran parte dagli Ayatollah di Teheran.

euronews:
Sulla questione del nucleare iraniano, il suo Primo Ministro ha apertamente parlato di un possibile attacco preventivo. Non pensa che possa essere controproducente e che possa avvicinare gli iraniani alla bomba atomica?

Ayalon:
Non credo che gli iraniani abbiano bisogno di spinte. Quello che hanno fatto nell’ultimo decennio e mezzo, è stata una lunga lista di imbrogli, omissioni in modo da sfidare l’intera comunità internazionale. Sono determinati nel cercare di raggiungere l’autonomia nucleare.
Un’indipendenza che non è fine a se stessa, ma che ha l’obiettivo di diventare una potenza egemone in Medio Oriente e non solo. Voglio qui precisare una cosa importante: non siamo di fronte ad uno scontro tra Israele e l’Iran. Lo scontro è davvero tra l’Iran e la comunità internazionale nel suo complesso.

euronews:
Perché è stata usata la strategia del contenimento con l’Unione Sovietica e non con l’Iran?

Ayalon:
Semplicemente perché per l’Iran il nucleare non è una questione di sopravvivenza, non è uno strumento che al paese interessa per avere dei ritorni economici. Inoltre lo dico con tutto il rispetto per il paese, l’Iran non è una superpotenza, anche se vorrebbe esserlo.
Credo che il paragone più simile all’Iran sia la
la Corea del Nord, ma a differenza di Pyongyang
che potrebbe avere o meno una bomba nucleare in cantiere, l’Iran ha un’ambizione precisa. Stiamo parlando di un regime profondamente impegnato a promuovere la sua ideologia estremista. Per il regime il nucleare è solo un ulteriore mezzo per continuare a provocare danni e a distruggere.
Gli iraniani però minacciano l’intera regione e non solo, anche senza il nucleare. Come il blocco dello stretto di Hormuz o il trasporto del petrolio.
Con il nucleare non solo possono controllare il commercio del greggio, possono anche imporne il prezzo.
Penso che sia un imperativo fondamentale – non solo per Israele, ma per la sicurezza di tutti – che l’Iran non raggiunga l’autonomia nucleare.
Credo che Teheran non debba sottovalutare la volontà, la determinazione e le capacità della comunità internazionale.

euronews:
Passando alla Siria: non ritiene che la eventuale caduta di Assad possa essere l’inizio della fine del conflitto? Oppure l’inizio della fine per la regione, con un lungo ed estenuante confronto in Libano, per esempio?

Ayalon:
Dalla tragica situazione in Siria e soprattutto dalla catastrofe umanitaria nel paese possiamo intravedere il pericolo della disintegrazione completa del paese. La Siria è sul punto di diventare uno stato in rovina.

euronews:
Pensa che lo stato possa affossarsi? Ma lo stato siriano è sostanzialmente lo stesso Assad?

Ayalon:
Di fatto è quello che vediamo. In più Assad non vuole lasciare il potere. Anzi sta rafforzando le relazioni con gli alleati alauiti e crea delle enclave che possono essere sostenute dagli Hezbollah e dall’Iran. Non è una buona prospettiva per il futuro del paese e nemmeno per la stabilità della regione.

euronews:
Quindi se la stabilità della regione è così cruciale come dovrebbe reagire la comunità internazionale dato che l’attuale strategia non sembra funzionare? Più di 60.000 persone sono morte negli ultimi due anni. Cosa deve fare la comunità internazionale?

Ayalon:
Prima di tutto occorre un consenso unanime sulla questione. Ma purtroppo non c‘è accordo tra la comunità internazionale e questo paralizza qualsiasi politica da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Il risultato è ovviamente un’escalation del conflitto in Siria. La prima cosa che occorre raggiungere è un accordo di politica comune tra i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza: che si tratti di una no-fly zone in Siria o del dispiegamento dei caschi blu. Interventi che sarebbero stati possibili un anno fa o poco più.
Ora la situazione vede ostacoli insormontabili.

euronews:
Quindi la strategia di attendere e vedere è fallita?
Dovrebbe esserci una specie di intervento straniero in Siria?

Ayalon:
Non spetta a me dirlo e lo ripeto forse il momento per un intervento efficace è già passato.
So che si dibatte molto, soprattutto in Europa,
sulla fornitura di armi letali all’opposizione, come ad esempio fucili e munizioni oltre all’equipaggiamento militare.
È un passaggio delicato, perché occorre essere certi che le armi non cadano nelle mani sbagliate.
Purtroppo l’opposizione non è composta da una sola anima. La Siria sta diventando una calamita per gli jihadisti e i fanatici islamici. Persone che passano da una zona di crisi all’altra, come dalla
Cecenia all’ Afghanistan o alla Libia. Molti di loro ora si trovano in Siria e rendono le cose molto più complicate.

euronews:
Grazie ministro Danny Ayalon

Ayalon:
Grazie a voi