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Giovani d'Egitto, dopo due anni la rivoluzione non è finita

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Giovani d'Egitto, dopo due anni la rivoluzione non è finita

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“Il giorno della collera”. Cominciò così, il 25 gennaio del 2011, la rivoluzione egiziana che in 26 giorni portò alla caduta di Hosni Mubarak. Dopo 30 anni al potere, il rais si dimise, spinto da una protesta senza precedenti in Egitto. Furono dei giovani militanti a convocare quella prima manifestazione. Euronews, due anni dopo, li ha incontrati.

I giovani hanno avuto un ruolo essenziale nella rivoluzione del 25 gennaio. Sono stati organizzatori e promotori di proteste in tutto l’Egitto, attraverso internet e i social network, per denunciare le condizioni di vita, la mancanza di libertà, la corruzione. Ragazzi come Ali Alarabi sono stati il vero motore della rivolta.

“Ricordo – racconta Ali – l’inizio, quando respiravamo i gas lacrimogeni sparati dalla polizia. Era l’odore del successo. Perché i gas non vengono utilizzati contro piccoli gruppi, che possono essere dispersi coi manganelli. I gas sono usati quando la protesta è grande e questo, in qualche modo, ci rassicurava. Ma allo stesso tempo ci mozzava il respiro, ci faceva lacrimare e ci fiaccava, questo è vero. Ricordo il giorno in cui il mio amico mi prese sulle spalle e vidi l’enorme numero di manifestanti dietro di noi”.

Il corrispondente di euronews dal Cairo, Mohammed Shaikhibrahim, ha girato per i caffè di El Borsa “citati in molti titoli: rifugio, zona liberata, covo dei ribelli, l’origine del pericolo. Qui è stata pianificata la ribellione, qui diverse persone sono state arrestate. Come Ahmed Doma, uno dei più noti attivisti della rivoluzione”.

“In pochi giorni – dice Ahmed – siamo riusciti a spodestare Mubarak e i suoi simboli e a distruggerli. Lo abbiamo portato in giudizio. Abbiamo cambiato la Costituzione, anche se poi la nuova Costituzione è nata già deformata. Abbiamo fatto le elezioni presidenziali, anche se il presidente è un traditore della rivoluzione. Ma questo è il compito pericoloso che ci siamo assunti, specialmente in favore di quella maggioranza silenziosa che ora può essere sicura di poter far sentire la propria voce”.

Durante la rivoluzione circa 8 mila persone sono state uccise. In buona parte giovani come Shahab al Sayed. Sua madre, Mouna Abed al Fatah, va in piazza Tahrir, luogo simbolo del movimento, ancora adesso.

“Non voglio che tutto quel sangue sia stato versato invano. Voglio dire a tutti gli egiziani che hanno creduto nella rivoluzione e sentono che il risultato non è stato ancora raggiunto di urlare ‘no’. E non aver paura”.

Da qui è partita la richiesta di libertà e giustizia sociale. Da questi luoghi fu lanciato il primo grido. A due anni di distanza, i ribelli di piazza Tahrir avanzano ancora le stesse richieste. La rivoluzione continua.