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L'Organizzazione mondiale del lavoro: 200 milioni di disoccupati nel 2013

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L'Organizzazione mondiale del lavoro: 200 milioni di disoccupati nel 2013

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Prospettive di ripresa sui mercati si sono intraviste, d’accordo, ma “l’uomo di strada” è ancora in mezzo alla strada: il totale mondiale dei disoccupati continua a salire e quest’anno potrebbe sfondare il tetto dei 200 milioni. A dirlo è il Rapporto sulle tendenze globali dell’occupazione dell’Organizzazione mondiale del lavoro.

Trend confermato anche da analisti come Peter Vanden Houte di ING: “La disoccupazione è tipicamente un indicatore tardivo. E dato che la crescita con tutta probabilità rimarrà debole in Europa fino al secondo trimestre del 2013, ci aspettiamo che la disoccupazione continui a crescere nel corso del 2013”.

Dal 2007 ad oggi i senza-lavoro sono aumentati di 28 milioni di unità. Così, se nel 2012 le stime parlano di 4 milioni in più di disoccupati per un totale di 197 milioni, nell’anno appena cominciato l’aumento dovrebbe essere di altri 5 milioni. Il che porterebbe il totale a 202 sbriciolando il record di 199 del 2009.

I vertici dell’organizzazione danno la colpa ai Paesi dell’eurozona. Complici politiche incoerenti come quelle dell’austerità su un mercato del lavoro già colpito dal calo della domanda, gli effetti economici si vedono ora anche fuori dall’Europa: il 75% dei nuovi disoccupati del 2012 provengono da Asia e da Africa. A cui si aggiungono quelle 39 milioni di persone uscite dal mercato del lavoro, come le donne che scelgono di restare a casa.

Capitolo a parte meritano i dati sulla disoccupazione giovanile, categoria particolarmente colpita dalla crisi. Nel 2010, dopo il primo tonfo dell’economia, i senza-lavoro tra i 15 e i 24 anni erano saliti di oltre 4 milioni. Un leggero miglioramento stimato nel 2012 ed ecco che, per il biennio 2013-2014, se ne prevedono mezzo milione in più.

Un “dramma inaccettabile” secondo l’Organizzazione mondiale del lavoro, che colpisce in particolare alcuni Paesi. Se il tasso mondiale calcolato dal rapporto è del 12,6%, in Italia, secondo l’Ocse, ha già raggiunto il 37%.