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Israele: il falco Benjamin Netanyahu resta premier

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Israele: il falco Benjamin Netanyahu resta premier

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Come previsto, ce l’ha fatta. Benjamin Netanyahu
conquista il suo terzo mandato, il secondo consecutivo, alla guida del Paese. Lui è l’uomo del momento, colui che sembra incarnare il paradosso della società israeliana che vuole la pace ma teme il peggio. Proprio su questa ambiguità, almeno secondo diversi analisti, Netanyahu, soprannominato Bibi, ha basato la sua carriera politica. In questa campagna elettorale la sua priorità è stata la crisi con Teheran: “Credo sia tempo, per il resto del mondo, di svegliarsi. Le grandi sfide che dobbiamo affrontare, il grande pericolo per il mondo, non sono le costruzioni ebraiche nella nostra antica capitale, Gerusalemme, ma è rappresentato dalle armi nucleari dell’Iran, quelle armi che vengono costruite in Iran”.

Il pericolo iraniano. Uno dei suoi leit motiv. Sfoderato anche lo scorso settembre davanti all’assemblea generale delle Nazioni Unite. Lo stile di Netanyahu è sempre lo stesso: diretto, allarmista
e, per molti, perfino semplicista. Uno stile che però funziona. Per lo meno con l’elettorato più di destra. Mettendo anche a rischio di rovinare il processo di pace rilancia, poco prima delle elezioni, il processo di colonizzazione a Gerusalemme e in Cisgiordania. Una decisione presa all’indomani dell’ammissione della Palestina a Stato osservatore non membro dell’Onu.

Ma è anche un modo per ribadire al mondo intero
che è disposto a fare tutto quello che è in suo potere per la sicurezza del Paese. Compreso il muro che ha fatto costruire tra Israele ed Egitto e che, di recente, ha visitato. Da sempre, infatti, Netanyahu è certo che la maggioranza degli arabi rappresenti una minaccia per l’esistenza d’Israele: una convinzione inculcatagli dal padre.

Fervido oppositore degli accordi di Oslo, nel 1995
partecipa alla campagna elettorale con il Likud sfidando Itzak Rabin, presentato all’epoca come una sorta d’Hitler per essere sceso a patti con i palestinesi. Due mesi dopo questa manifestazione Rabin verrà ucciso da un estremista israeliano.
Netanyahu, qualche mese più tardi, diventa primo ministro. A 46 anni è il più giovane nella storia d’Israele.

L’elezione frena il processo di pace iniziato a Oslo. Fallisce ogni tentativo di riconciliazione. Uno dopo l’altro si chiudono tutti gli spiragli che lasciano
intravedere un accordo. Nel 2000 la seconda Intifada farà il resto.

Lontano dal potere per dieci anni, ma sempre ben presente nell’arena politica, nel 2009 Netanyahu torna ad essere primo ministro. Tredici anni dopo Oslo non è più il giovane falco della destra israeliana e i tempi sono decisamente cambiati.

Se la maggioranza degli israeliani vorrebbe la creazione di due Stati, in molti guardano con disillusione al processo di pace. E lo status quo viene visto come il male minore.