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Il Nobel per la pace all'UE tra la disillusione dei greci

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Il Nobel per la pace all'UE tra la disillusione dei greci

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Yiannis Panagopulos porta avanti una tradizione di famiglia in vita da cinque generazioni, la coltivazione degli olivi. Tanti i ricordi d’infanzia, ma anche del momento in cui la Grecia è entrata a far parte della Comunità Europea, nel 1981.
Gli agricoltori greci, come gran parte del Paese, hanno beneficiato dei fondi europei che hanno dato benessere della Grecia. Oggi Yiannis ha nostalgia di quei tempi.

“La nostra vita, tutto quello che ci gira attorno è diventato molto più difficili rispetto ai primi anni in cui la Grecia era appena entrata in Europa”, dice Yiannis Panagopulos. “La crisi economica ci ha colpito duramente. Prima, un agricoltore che possedeva mille olivi poteva guadagnarsi da vivere per tutta la famiglia. Ora a stento può mantenere se stesso e sua moglie”.

Yiannis lavora anche come elettricista. Suo cugino Iorgos è un pilota di caccia in pensione. Entrambi hanno visto ridursi del 60 per cento salario e pensione. Per Iorgos il premio Nobel per la Pace all’Unione Europea non ha senso. “Non riesco a capire il perché di questo premio”, afferma Iorgos
Panagopulos. “Come può essere stato assegnato a chi ci ha reso indigenti? Per me questa è una guerra. Non nel senso militare, ma una guerra economica”.

Una guerra economica il cui bilancio sono il tasso di disoccupazione record, i tagli agli stipendi, la povertà e il malcontento sociale. Una guerra economica che per molti qui ha creato un divario tra l’Europa del nord e quella del sud. L’Unione Europea vive la più grave crisi d’identità dalla sua creazione.

Panayiotis Ioakimidis, consigliere del governo greco quando il Paese ha aderito all’eurozona, sostiene che sono stati commessi degli errori, in Grecia ma anche in altri Paesi.

“La Grecia ha fallito nell’introdurre le riforme strutturali necessarie per adeguarsi alle regole e all’organizzazione dell’unione economica e monetaria”, spiega Ioakimidis. “D’altro canto l’Europa ha la sua parte di responsabilità, perché l’Unione Europea non è stata capace di monitorare adeguatamente e di sorvegliare la situazione fiscale negli Stati membri. Anche altri Paesi, più potenti come Germania e Francia, hanno violato il patto di stabilità e così hanno aperto la porta a simili comportamenti di altri Stati”.

Per molti l’ottenimento di 130 miliardi di euro dai creditori internazionali in cambio di misure di austerità ha messo il Paese in ginocchio e ha alimentato tensioni sociali e astio nei confronti dell’Unione Europea, soprattutto nei confronti di Angela Merkel e del governo tedesco.

Evangelos Mahairas ha 94 anni. Durante la Seconda Guerra Mondiale è rimasto ferito sul fronte albanese e si è unito alla resistenza greca sulle montagne. Oggi guida un comitato che reclama le riparazioni di guerra dalla Germania. Negli anni sessanta, Bonn si limitò a versare 115 milioni di marchi, 74 milioni di dollari. Di recente Atene ha chiesto un risarcimento di diverse decine di miliardi di euro. Una richiesta che non c’entra con la crisi sostiene Mahairas.

“No, non si tratta di questo”, dice Evangelos Mahairas. “Il motivo è che il governo greco negli anni non ha mai fatto pressione sulla Germania, perché voleva preservare buone relazioni politiche con quel Paese. Per questo abbiamo creato il comitato, per chiedere spiegazioni al governo, per indurlo a chiarire perché non è stato fatto ancora nulla su questo tema, che è chiaro e limpido e di grande importanza”.

Cristina Stamulis è avvocatessa. Ha seguito le orme del padre che ha presentato reclami contro la Germania per crimini di guerra commessi sui civili nella città greca di Distomo. Sostiene che in questo tema ora incida anche la crisi dell’eurozona.

“La Grecia si ritrova adesso nella posizione del debitore”, sostiene Stamulis. “Ma nel Paese c‘è un’opinione diffusa che la Grecia debba reclamare il dovuto alla Germania, come un creditore. E dopo aver ripagato il debito, allora la Grecia potrà cercare di prendere in prestito denaro sui mercati finanziari”.

Martin Knapp è stato a capo della camera di commercio greco-tedesca. Minimizza le tensioni tra Germania e Grecia e sottolinea gli stretti legami tessuti tra i due Paesi da sessant’anni.

“Il vero dittatore in Grecia non è Angela Merkel e non è la Troika, ma le casse del Tesoro che sono vuote”, afferma Knapp. “E’ la forma più dura di dittatura, perché non puoi liberartene con una rivoluzione. Nessuna rivoluzione ha mai riempito le casse del Tesoro”.

Yianna Liberopulu ha perso il lavoro in panificio un anno fa. Assieme alla sua amica Despina, ha frequentato un programma di formazione al management, finanziato dall’Unione Europea. Non hanno trovato lavoro e visto che hanno ricevuto mille euro durante la formazione, adesso non possono chiedere i sussidi per la disoccupazione.

Yianna rischia di perdere l’affidamento del figlio che ha cinque anni e vive col padre e i nonni. Le pensioni sono l’unica fonte di sostentamento. Anche con lei facciamo cenno al premio Nobel per la Pace all’Unione Europea.

“Me ne infischio totalmente, non mi riguarda”, dice Yianna Liberopulu. “A preoccuparmi è il futuro di mio figlio, nato nel bel mezzo della crisi, un futuro che non posso immaginare. Sono preoccupata per me perché non so se potrò pagare la prossima bolletta dell’elettricità e le altre. Non mi interessa il premio Nobel”.

“I greci, nonostante le loro sofferenze, nonostante la piaga della crisi economica, credono ancora molto nell’Unione Europea”, afferma Ioakimidis. “Ricordiamo che il 65 per cento dei greci è a favore dell’appartenza completa all’eurozona. Quasi il 70 per cento pensa che l’Unione Europea sia una cosa molto positiva per la Grecia. Per cui vogliono che l’Unione Europea dimostri maggiore solidarietà nei confronti della popolazione greca, per me è del tutto oltraggioso che l’Unione Europea abbia permesso a uno Stato membro come la Grecia di avere un tale tasso di disoccupazione e di miseria sociale”.