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Morsi come Mubarak

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Morsi come Mubarak

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In Egitto a cinque mesi dalle elezioni presidenziali, anche chi sperava in una svolta moderata del candidato della Fratellanza musulmana, adesso dubita.
Il decreto adottato dal presidente Morsi per ampliare i suoi poteri ha armato nuovamente la protesta.
Contro il nuovo faraone, gli egiziani scendono in piazza e al grido di ‘Morsi come Mubarak’prendono di mira il quartier generale dei Fratelli musulmani in diverse città.

Come l’Egitto della primavera araba è arrivato fin qua?

Niente di più normale per quest’analista politico:

“I fratelli musulmani cercano di instaurare il proprio controllo, di rimodellare il Paese a propria immagine e somiglianza, islamizzandolo. Voglio dire che si tratta di un regime e non stanno cercando di nasconderlo, non cercano di dissimulare. Fa parte della loro agenda”.

Nel febbraio dell’anno scorso i Fratelli musulmani si unsicono ai manifestanti solo al quarto giorno di protesta, all’inizio non avevano capito la portata della manifestazione. Che porta alla fine dell’era Mubarak.

Eppure, finita la rivoluzione, è chiaro che sono proprio i fratelli musulmani i veri vincitori.
Le forze liberali non riescono a proporre una vera alternativa alle elezioni di un anno fa.

È così che i Fratelli musulmani si consacrano prima forza politica del Paese con il 47% dei voti, conquistando 235 seggi su 498.
A giugno riescono a imporre come presidente il proprio candidato, Mohammed Morsi, il cui obiettivo è ricostruire uno stato “non teocratico”, ma che faccia riferimento diretto alla Sharia.

Da presidente, Morsi contesta le decisioni della Corte costituzionale e si attribuisce il potere legislativo. Il 22 novembre, con un decreto spunta le armi della magistratura e rende le sue decisioni inappellabili.

Essam Al Arian vice-presidente del partito dei Fratelli Musulmani:

“Si tratta di un decreto temporaneo, quando la nuova Costituzione sarà votata e entrerà in vigore, tutte queste leggi decadranno e l’Egitto volterà pagina, diventando uno stato moderno”.

Un ostentato ottimismo che non mette a tacere dubbi e continua anzi a alimetare sospetti.

Gli Stati Uniti chiedono la fine dell’impasse costituzionale e il FMI avverte che un cambiamento sostanziale della situazione potrebbe mettere in forse il pre-accordo al piano di aiuti di quasi 5 miliardi di dollari.