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La guerra in Medio Oriente ai tempi di Twitter

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La guerra in Medio Oriente ai tempi di Twitter

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Israele e Hamas si combattono su un nuovo campo di battaglia.

Oltre alle armi convenzionali, Israele sta utilizzando internet e i social media.

Tutto avviene qui dentro, euronews è stata ammessa all’interno della Forza di difesa d’Israele di Gerusalemme.
Ci sono due unità operative in tutto Israele, la seconda è a tel Aviv, decine i media guerrieri attivi.

Il tenente colonnello Avital Liebovich, portavoce delle Forze di difesa d’Israele.

“L’obiettivo è cercare di raggiungere un numero più grande di persone, che altrimenti non avrebbero accesso a questa informazione. Una volta raggiunte, attraverso le nostre informazioni e i supporti video, vogliamo, in un certo modo, portare dala nostra parte queste persone”.

Per questo motivo, l’esercito israeliano ha reclutato studenti di informatica, dal profilo altamente qualificato all’interno del Paese ma anche fuori.
Almeno 300 lavorano per le forze militari, ma le assunzioni non sono finite. Visto che è stato creato un nuovo dipartimento che si chiama: unità new media.

Avital Leibovich: “C‘è una differenza tra un esercito e le reti sociali. Un militare resta molto più discreto, più freddo nel linguaggio. I social network sono esattamente l’opposto. Vogliono interazione, sono aperti, fanno leva sull’emozione. Avere persone come Topaz, 18 anni, e i suoi amici che smanettano sul pc per noi è un grande vantaggio. Possono fare molto e noi trarne grande beneficio”.

Topaz: “Scriviamo tutto in inglese, francese e spagnolo allo stesso tempo. Questo è un esempio di quello che facciamo, è il volantino tipo che arriva ai civili di Gaza. Le mostro il sito web in francese e il profilo facebook in francese”.

Tutti i video, così come tutti i tweet, passano attraverso un filtro.
L’account Twitter delle forze di difesa israeliane ha più di 200 mila follower ed è seguito tutti i giorni dai giornalisti del mondo intero che stanno seguendo la crisi.

L’esercito israeliano è più che soddisfatto del risultato.

La guerra, quella dei social media, per il momento l’ha vinta.

Con questa nuova versione della guerra Israele vuole ribaltare il risultato secondo cui vince sul campo ma perde sempre la battaglia mediatica.

Abbiamo incontrato Yuval Dror, un esperto di new media e comunicazione all’università di Rishon Letzion, vicino a Tel Aviv.

“I social media hanno due messaggi:il primo riguarda la conversazione, non è una conversazione a senso unico, è una conversazione binaria e le forze di difesa israeliane vogliono avere la propria parte.

In secondo luogo, stanno tagliando le gambe ai media tradizionali, vogliono parlare direttamente con il proprio interlocutore, perché credono che gli intermediari, i giornalisti come lei, falsino la realtà”.

Il rischio è che la guerra possa essere banalizzata: “Posso capire Twitter, posso capire Facebook, ma chi conosce Tumblr e Flickr??
Mi sembra un po’ immaturo tutto questo, in fondo si tratta di una guerra, con morti, ci sono danni e distruzione, forse la stanno banalizzando, come se si trattasse di evento di tutti i giorni. La mia critica è questa: forse una guerra non è cosa da mettere su Twitter o Facebook”.

Si tratta comunque di un precedente che farà scuola: “Non abbiamo visto mai un esercito usare i social network con tale intensità prima e non sarà l’ultima volta. I social media sono la novità. Sappiamo che ci sono miliardi di utenti collegati a Facebook e a Twitter, è ovvio voler comunicare con queste persone usando la piattaforma piû giusta.
È una prima assoluta e ci saranno altri casi in futuro”.

Funzionerà?

“Facciamo un esempio, un edificio è stato centrato da un missile, che ha fatto diverse vittime. Se si guarda la storia da questo lato si ha che molte persone sono state uccise. Dall’altro lato invece ho: c’era un terrorista nel palazzo, che prima che si riparava tra i civili in una piazza perché sapeva che Israele non l’avrebbe colpito. Si tratta della stessa storia, delle due facce della stessa storia e alla fine Israele è stato accusato di non averla raccontata per intero. Questa volta non ci saranno prigionieri, dirà la storia direttamente ai propri interlocutori. Servirà?”