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BrusselsBlog: braccio di ferro tra poveri con i tagli alla politica regionale

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BrusselsBlog: braccio di ferro tra poveri con i tagli alla politica regionale

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La politica di coesione sviluppa una strategia regionale di investimenti “su misura”. Finanzia progetti per le infrastrutture o per il recupero di beni culturali e ambientali. Attribuisce fondi per la formazione professionale, e incentivi alle aziende che innovano e inquinano meno. Alcuni paesi europei sono riusciti a sfruttare questo strumento, altri invece sono accusati di sprechi e inefficienze. Fino ad ora la politica di coesione assorbiva oltre il 35% del bilancio europeo, ora rischia di essere la principale vittima della battaglia sul budget.

Ne parliamo con Mercedes Bresso, ex presidente della regione Piemonte e vice presidente del Comitato delle regioni.

Margherita Sforza, euronews:
“Il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy ha proposto un budget 2014-2020 che prevede ingenti tagli alla politica di coesione per 30 miliardi di euro. E’ un segno del fallimento di questa politica?”

Mercedes Bresso:
“Non credo che siamo di fronte ad una bocciatura. Si tratta piuttosto del tentativo di alcuni Governi nord-euopei di far cassa tagliando politiche che ritengono superflue ma che in realtà, grazie al mercato unico, beneficiano in modo consistente anche loro. 450 000 posti di lavoro sono stati creati in Europa dal 2007 a oggi grazie ai fondi strutturali. Ma il budget europeo in discussione è un bilancio “riformista” per corregere alcuni difetti. Si cerca di recuperare l’efficacia della politica di coesione concentrando le risorse su priorità più chiare e misurabili, mettendo al centro green economy e conoscenza.
Per fare questo, serve un budget all’altezza e le ultime proposte non lo sono.

Margherita Sforza, euronews:
“Quali progetti europei sono piu’ a rischio con questi tagli?”

Mercedes Bresso:
“Più che settoriale, il problema dei tagli sarà quello di decidere come distribuirli. Si rischia un duro conflitto non solo tra le regioni meno sviluppate, ma anche tra Paesi meno sviluppati e Paesi sviluppati che hanno al loro interno zone svantaggiate.
Come Comitato delle Regioni ci siamo battuti, insieme al Parlamento, per una politica di coesione che intervenga ovunque i divari siano in aumento. Ad esempio anche in regioni tradizionalmente forti sul piano produttivo ma che, proprio per questo, sono state colpite dalla crisi in modo più evidente, con rischi gravi di deindustrializzazione.

La crisi ha fatto arretrare regioni che prima del 2007 erano vicine al gruppo di testa, e minaccia, al contempo, di riportare indietro diverse regioni che, anche grazie a un uso virtuoso dei fondi strutturali, sono uscite dal novero dei territori in ritardo di sviluppo. Sul piano strategico, Paesi tradizionalmente poco interessati a questa politica (per esempio la Francia) potrebbero invece ritrovarsi come potenziali beneficiari di interventi più significativi grazie alla nuova categoria delle regioni in transizione (con un Pil tra il 75% e il 90% della media europea).

Margherita Sforza, euronews:
“Diverse regioni nel sud d’Italia, ma anche in Portogallo e Grecia, sono da anni le piu’ povere dell’UE e non riescono a crescere nonostante i fondi europei. Perché dovrebbero continuare a ricevere fondi europei?”

Mercedes Bresso:
“La permanenza quasi ventennale di alcune regioni nella categoria dei territori più deboli va analizzata senza pregiudizi. Nel caso italiano, ci sono stati problemi dovuti all’incapacità di sfruttare appieno lo strumento, alla frammentazione, specialmente fino al 2006, degli interventi sul territorio, e anche alla debolezza strutturale del settore privato.

Progressivamente, i fondi strutturali sono diventati l’unica forma di investimento per lo sviluppo del Mezzogiorno, hanno sostituito una strategia nazionale concentrata su altre priorità.
La crisi ha reso necessario diminuire la quota nazionale di cofinanziamento dei progetti, smobilitando un altro pezzo dell’investimento statale su queste regioni. Il Ministro per la Coesione Territoriale Barca ha comunque avuto la lungimiranza di creare un piano affinché le risorse “risparmiate” vengano investite su progetti coerenti con la strategia dei fondi strutturali.

Tuttavia queste regioni italiane, insieme alle altre regioni europee in ritardo di sviluppo,rappresentano un enorme potenziale di crescita per tutta l’Unione.
In Polonia ad esempio abbiamo osservato il ritorno degli investimenti nelle aree deboli.

Rimettere in moto le economie deboli con regole nuove, migliori controlli e una “catena di comando” più efficiente è nell’interesse di tutti. Se l’austerity lascia sul campo il nostro futuro produttivo, non avremo né i conti in ordine, né occupazione e crescita”.