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L'entrata della Palestina nell'Onu il vero motivo dei raid israeliani?

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L'entrata della Palestina nell'Onu il vero motivo dei raid israeliani?

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La violenza cresce di intensità, al confine tra la Striscia di Gaza e Israele. Ma non è solo sul terreno mediorientale che le conseguenze si rendono visibili. La radicalizzazione dello scontro di queste ore potrebbe avere come obiettivo indiretto anche la prossima decisione dell’Onu, che il 29 novembre dovrà pronunciarsi sull’ammissione della Palestina in quanto “paese osservatore”

E proprio questo viene indicato apertamente dalla rappresentanza diplomatica palestinese come uno dei motivi che hanno scatenato i raid israeliani sulla Striscia di Gaza.

“Ciò che stiamo facendo è denso di significato, e io credo che i dirigenti israeliani muoiono dalla paura che noi, gli arabi, la comunità internazionale, riusciamo a far ammettere lo stato di Palestina nel seno dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, e a far ottenere ai palestinesi lo status di paese osservatore”.

Con davanti uno scenario regionale radicalmente mutato rispetto a poco tempo fa, il presidente egiziano Morsi segue da vicino l’evolversi della crisi, ed ha inviato, per venerdi, nella Striscia di Gaza il capo del governo insieme al ministro della Sanità.

Nell’immediato il Cairo sta tentando di far passare un cessate il fuoco, ma finora senza successo. Un portavoce di Hamas a Gaza ha escluso l’ipotesi. “Offrirebbe solo una copertura supplementare all’escalation contro i paelstinesi”, ha detto.

Perchè proprio in questi giorni, i raid israeliani su Gaza? Euronews ne ha parlato con Pascal Boniface, direttore dell’Istituto per le relazioni internazionali e strategiche di Parigi.

Perchè proprio adesso, questa vampata di violenza a Gaza? Ha a che fare con la richiesta palestinese di venire accolti come Paese non membro alle Nazioni Unite, oppure con le prossime elezioni israeliane?

In effetti c‘è un quadro strategico generale che conduce a questo aumento della tensione. Da una parte le crescenti tensioni tra la Siria e Israel, con Bashar al-Assad che dopo l’accordo di Doha è più isolato di prima. E che ha lanciato dei missili su Israele, facendolo preoccupare. Inoltre, c‘è un calendario israelo-palestinese che resta legato a diversi fattori. Uno è dato dalle elezioni previste per la fine di gennaio: e serve ricordare che la politica della forza resta popolare tanto da far sperare a Netanyahu di guadagnare dei voti. L’altro sta nel fatto che per Hamas la richiesta di venire ammessi all’Onu è una sorta di concorrenza interna, con un voto che si attende favorevole alla richiesta palestinese. Non sappiamo in che misura, non sappiamo come si comporteranno i paesi europei, ma sappiamo che la richiesta verrà approvata perchè può contare sulla maggioranza dei paesi membri, e in Assemblea generale non vale il diritto di veto.

Secondo lei si può ripresentare uno scenario come nel 2008-2009, quando Israele condusse una operazione militare di grande portata, con conseguenze pesanti per la popolazione civile?

Non lo si può escludere, ma non sarebbe lo scenario migliore dato che Israele risulterebbe molto più isolato che in passato, e che per Israele la strategia è più quella di mettere l’Iran piuttosto che i palestinesi in cima alla lista dei nemici nella regione. Quindi un intervento via terra su Gaza da una parte risulterebbe più complicato dato che i palestinesi dispongono di razzi anticarro in quantità maggiori che in passato. D’altra parte ciò potrebbe diventare una trappola per Tsahal, una trappola politica ma anche una trappola militare. E ancora una trappola mediatica, nella misura in cui le perdite umane non farebbero che aumentare la popolarità palestinese nel mondo, pochi giorni prima di un voto all’Assemblea generale dell’Onu.

A chi giova questo stato di guerra permanente? Ad Hamas? A Israele?

Giova al Likud, al governo israeliano, che ha bisogno di mostrare che sta dirigendo il paese e che lo sta proteggendo, proprio usando la politica della forza. Si può pensare in effetti che questi scontri mettono Hamas in una posizione di oppositore numero uno di Israele e che ci sia nello stesso tempo una concorrenza tra Israele e i palestinesi e poi una competizione politica in seno a Israele tra i sostenitori delle trattative e i sostenitori della politica della forza, secondo discriminanti che ritroviamo tra i paelstinesi, tra Hamas e l’Autorità palestinese.

Questa situazione può complicare le relazioni già fragili tra Israele e l’Egitto?

C‘è un punto che verrâ accuratamente evitato da Egitto e da Israele, ed è la guerra. L’Egitto non farà guerra a Israele. Non perchè non ve ne sia la volontà, ma per mancanza di mezzi. I rapporti di forza tra Egitto e Israele restano molto favorevoli a Israele e se l’Egitto si lanciasse in questa avventura ne uscirebbe sconfitto ampiamente sul piano militare, verrebbe umiliato, e nessun potere vuole correre rischi del genere. Dunque, si assisterà al degradarsi delle relazioni politiche e diplomatiche, ma non ci sarà un ritorno alla guerra, semplicemente per ragioni legate al rapporto di forza militare. Inoltre gli aiuti degli Stati Uniti verrebbero sospesi se l’Egitto prendesse la strada della guerra.