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Cina: il partito comunista cambia volto

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Cina: il partito comunista cambia volto

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I veterani hanno passato il testimone ai giovani in occasione del diciottesimo congresso del partito comunista cinese. Il PCC ha eletto i suoi dirigenti per i prossimi cinque anni.

Per facilitare le decisioni attraverso il consenso, il comitato permanente del politburo, organo supremo del partito, ha ridotto i propri membri da nove a sette.

Xi Jinping è alla guida del partito e della nuova dirigenza tutta al maschile, composta da tre riformisti moderati, tra cui Xi e il prossimo primo ministro Li; due conservatori e due esponenti del riformismo economico.

Aspettando l’investitura a capo dello Stato il prossimo marzo, Xi ha già indicato il cammino del per il partito. “La nostra responsabilità è lavorare con gli altri compagni, per difendere il principio che il partito deve sorvegliare la propria condotta e gestirsi con severa disciplina, risolvere i principali problemi in modo efficace, migliorare la propria condotta e conservare stretti rapporti tra le persone. In questo modo, garantiremo al nostro partito di restare al centro della leadership, facendo avanzare la causa del socialismo di stampo cinese”.

In altre parole, il partito comunista deve ancora reinventarsi ideologicamente per conservare il posto acquisito quando è stata fondata la Repubblica popolare cinese nel 1949 all’epoca di Mao Tse-Tung. Sotto il “grande timoniere”, il partito aveva conquistato il potere politico.

Nel 1982, dietro l’impulso riformista di Deng Xiaoping, la Cina avvia il suo sviluppo economico. Il partito comunista all’epoca costruisce la teoria dell’economia di mercato socialista.

Nel 2002 un altro cambiamento nel partito: proclama di rappresentare gli interessi di tutto il popolo e di tutta la nazione cinese, non solo della classe operaia. Coincide con la fine del mandato di Jiang Zemin.

Il diciottesimo congresso ha inserito nel suo statuto il concetto di sviluppo scientifico, la necessità di promuovere il progresso ecologico. Un punto di svolta, su carta, per un Paese danneggiato da decenni di industrializzazione e urbanizzazione forzate.

Nial O’Reilly, euronews:

Cambio al vertice del potere in Cina. Significa che ci sarà un nuovo corso o le cose resteranno invariate? Ne parliamo con Robert Lawrence Kuhn, autore del libro “Come pensano i leader cinesi”.
Per un po’ di tempo ci siamo fatti un’idea della nuova generazione di dirigenti, sono più giovani ma saranno diversi dai precedenti?

Robert Kuhn:
Quello che è importante capire è che non conta solo il leader principale, il capo del partito, Xi Jinping, il nuovo segretario generale, ma tutti i membri, perché hanno parità di voto. La Cina è amministrata attraverso un consenso oligarchico. Tutto va ricondotto a queste sette persone e, allo stesso tempo, ognuna di loro è independente.

Sei di loro hanno gestito grandi province o comuni. Si tratta di territori che hanno 30, 50, fino a 100 milioni di abitanti, sarebbero tra i primi 20 Paesi del mondo se fossero Stati indipendenti e tra i primi 35, considerando il prodotto interno lordo. Per cui hanno questi dirigenti hanno alle spalle una grande esperienza dal punto di vista amministrativo e ciò significa che hanno lavorato con capi d’impresa, uomini d’affari e diplomatici occidentali per molti anni, per mandati di due-cinque anni, molti di loro per 8-10 anni. Alcuni anche per oltre due mandati, per cui mi aspetto che questa esperienza possa servire ad affrontare i grandi problemi esistenti in Cina.

euronews:
Tra le cose che stanno prevedendo di fare è intensificare la lotta contro la corruzione, ma possiamo davvero aspettarci che la nuova leadership controlli se stessa efficacemente? I cinesi possono aspettarselo?

Kuhn:
La corruzione è un tema importante, i cinesi vi fanno molta attenzione adesso.
Il motivo è che la Cina è diventata molto più ricca e che il partito al potere ha molti più bottini da dividersi. E quando hai un sistema di partito unico – che francamente credo sia una cosa positiva per la Cina almeno per il futuro immediato se esistono però pesi e contrappesi, trasparenza, tutte cose di cui abbiamo bisogno – ma con un partito unico hai bisogno di controllare i media per mantenere in vita questo sistema. Ma in questo caso non potrai mai controllare totalmente la corruzione.
Abbiamo avuto grandi scandali quest’anno che hanno messo in evidenza la mancanza di controlli e di contrappesi tra i leader in Cina. Alti funzionari me lo hanno detto, stavolta dobbiamo riuscirci, perché la gente non sopporterà ulteriormente la corruzione. Sarà dura.

euronews:
Per quanto riguarda l’economia, che è il grande tema del momento, cosa emerge secondo lei alla fine di questo congresso segnato da significativi sviluppi politici?

Kuhn:
Quando si considera la crescita economica, il problema è che tutti osservano il suo tasso di crescita al 7,5 per cento. Ma la Cina può sostenere tutto questo? Sì, probabilmente, ma non è questa la grande questione.

La grande questione è quali sono gli elementi che compongono il prodotto interno lordo. In passato, è dipeso moltissimo dagli investimenti, dalle infrastrutture e dalle esportazioni, che sono tutti insostenibili ora, per diversi motivi: le esportazioni perché non puoi avere una bilancia commerciale in attivo per sempre e gli investimenti, perché con più investimenti c‘è meno efficienza.

I cinesi devono incrementare i consumi interni. Per fare questo devono aumentare i salari dei lavoratori e ciò richiede un’intera trasformazione economica del Paese.
Per cui il fatto che il tasso di crescita sia un po’ in discesa, in sé non è una cosa negativa. Occorre esaminare gli elementi, perché questa è una questione molto seria per la Cina, occorre capire dove sta andando la sua economia e naturalmente il resto del mondo è molto influenzato da tutto ciò.