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Il regista Ghobadi: "In Iran occorre l'autorizzazione anche per pensare"

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Il regista Ghobadi: "In Iran occorre l'autorizzazione anche per pensare"

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Il cinema in Iran, tra censura e autocensura, la necessità di trasferirsi all’estero per poter raccontare il proprio Paese. Il regista di etnia curda Bahman Ghobadi ne ha parlato con euronews al Festival di Salonicco.

L’autore de “I Gatti Persiani”, premio speciale a Cannes 2009, nel suo ultimo film, “Rhino Season”, racconta la storia vera di un poeta curdo, arrestato assieme alla moglie durante la rivoluzione islamica.

Wolfgang Spindler, euronews:
Il suo ultimo film è il primo che lei ha girato dopo aver lasciato l’Iran. Come è stato lavorare per la prima volta al di fuori del proprio Paese? Ha provato smarrimento o piuttosto una sensazione di sollievo?

Bahman Ghobadi:
Innanzitutto vorrei dire che non ho lasciato l’Iran, ma che piuttosto mi hanno costretto a lasciare il mio Paese. E’ molto dura girare in un Paese di cui non conosci né la lingua né la cultura. Dunque questo film riflette tutti i sentimenti che provo da quando non sono più in Iran. Detto in altri termini, il mio ultimo film è molto personale sul piano artistico.

euronews:
Durante il Festival di Cannes, ho intervistato il suo collega Asghar Farhadi. Secondo lui il problema della censura e delle restrizioni in Iran non hanno solo a che fare con le autorità e con il potere. Per lui la censura è un po’ presente anche negli stessi registi, inconsalpevolemente. Qual è la sua opinione?

Ghobadi:
Dico sempre, che noi registi siamo diventati peggio dello Stato, visto che ci autocensuriamo. E’ automatico: non siamo noi a volerci censurare, ma la pressione costante del regime ci obbliga a farlo. Diventi come un condannato a morte, non ti uccidono, ma ti trattano talmente male che decidi di ucciderti. Oggi l’Iran è come un condannato a morte che è stato fucilato, ma il proiettile non ha ancora trafitto il suo cuore. L’Iran è gravemente ferito, quindi occorre aiutare questo Paese a rialzarsi ancora una volta.

euronews:
Quando alla fine ha lasciato il Paese ha sentito come se avesse un peso sul cuore…

Ghobadi:
Sì, da tre, quattro anni sento come se qualcuno mi mettesse una mano sul viso e provasse a soffocarmi e a strangolarmi. Questo film è riuscito ad aiutarmi a sbarazzarmi di questa sensazione. Ora respiro meglio.

euronews:
Lei una volta ha detto di odiare il cinema, ma poi è diventato un professionista. Cosa significa per lei essere un regista e quale considera la sua missione, cosa la carica, cosa la fa andare avanti?

Ghobadi:
Non lo so esattamente, ma c‘è un’energia in me che proviene dalla mia infanzia, precisamente dai miei ricordi d’infanzia. Credo sia questo che esplode in me e che mi aiuta a fare film. Questa energia viene anche dal mio Paese, dalla mia civiltà, il popolo curdo e la sfortuna che lo ha accompagnato attraverso i secoli, l’insicurezza che permane in modo pesante in quell’angolo della terra. Tutto ciò mi ha spinto a realizzare film. E’ vero che non amavo il cinema e che per la maggior parte del tempo lo detesto perché la situazione è molto dura, le condizioni non sono favorevoli per un cineasta. Non c‘è stata una sola volta in cui io abbia potuto girare tranquillamente in Iran. Non mi ricordo di aver mai avuto l’occasione di sedermi e gridare, “silenzio, azione!”. Non ho mai avuto una sedia da regista.

euronews:
Sì, ma il cinema è importante. Racconta delle storie, traccia dei ritratti del suo Paese, è una finestra per il mondo su quanto accade in Iran e sulle questioni iraniane. E’ importante vedere, fare e produrre film iraniani…

Ghobadi:
Lo so e d’altronde è per questo che continuo il mio cammino, il cinema e la cinepresa possono essere efficaci come le armi da fuoco. Ho quest’arma in mano e cerco di utilizzarla per difendere la mia patria. Cerco anche di rappresentare la storia della mia patria e dei miei compatrioti al di fuori del mio Paese, perché vengo da un Paese in cui occorre un’autorizzazione perfino per riflettere, le autorità vogliono sapere cosa pensi e quali sono i tuoi progetti per il futuro in quanto cineasta.
Ti fanno delle domande mentre stai ancora scrivendo la tua storia, e una volta che la sceneggiatura è pronta ti fanno aspettare mesi, anni, prima di darti l’autorizzazione a girare. Alla fine cominci a realizzare il tuo film, ma devi stare attento alla presenza degli agenti di sicurezza durante le riprese. Una volta che hai finito, occorre un’autorizzazione per distribuirlo e proiettarlo. Poi ti serve ancora un’autorizzazione per spedirlo ai Festival. Quindi in tutto questo c‘è molta paura, panico, un senso di soffocamento assoluto, per cui dov‘è per me il piacere di fare cinema?

euronews:
La primavera araba in alcuni Stati è stata messa a soqquadro. Per ora non c‘è stata una primavera in Iran tale da cambiare in modo deciso le cose. C‘è ancora una speranza di cambiamento in Iran?

Ghobadi:
Credo che la primavera persiana, o meglio iraniana, perché i persiani sono una parte degli iraniani – l’Iran vuol dire anche curdi, beluci, arabi, azeri, lur – la primavera iraniana avrebbe potuto essere più memorabile e più forte di quella del 2009, ma io ho l’impressione che ci sia stata una volontà interna, ma anche all’esterno del Paese, per bloccare e soffocare questo movimento popolare. E nessuno è venuto in soccorso. Credo che la primavera iraniana si solleverà presto. Ma prima che ciò avvenga, spero che il regime decida di ridare ai cittadini i loro diritti, agli iraniani e a tutte le etnie del mio Paese.