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La Mafia, le stragi e 20 anni di silenzi

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La Mafia, le stragi e 20 anni di silenzi

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Sono passati più di 20 anni dalla morte di Giovanni Falcone, il giudice simbolo della lotta anti-mafia.
Su quel tragico assassinio che inaugurò la stagione delle stragi e sulle presunte trattative segrete che lo Stato avrebbe poi intavolato con Cosa Nostra, ancora oggi, permangono dubbi e domande senza risposta che il processo, che si apre questo lunedì, potrebbe contribuire a chiarire.

Falcone, dal giorno del suo ingresso nel pool dei giudici antimafia, si era messo al lavoro per portare alla luce le connessioni segrete tra mafia e politica e per incrinare il muro di omertà che proteggeva i clan.
Il maxiprocesso, apertosi nel 1986 e che portò alla condanna di 360 mafiosi, rappresenta uno spartiacque nella storia del nostro Paese.

Falcone pagherà il suo impegno con la vita. Il 23 maggio del 1992, l’auto su cui il giudice viaggia assieme alla moglie salta in aria sull’autostrada Punta Raisi-Palermo. A provocare la strage, in cui periscono anche tre uomini della scorta, 5 quintali di esplosivo piazzati sotto il manto stradale. L’ordigno è azionato a distanza: una vera e propria azione di guerra, una sfida portata direttamente al cuore delle istituzioni.

A Palermo, il testimone di Falcone viene raccolto dal giudice Paolo Borsellino. Cosa Nostra si sente “tradita” dal potere politico e decide di portare il terrore nella Penisola. Dopo aver eliminato Borsellino e la sua scorta, prende di mira Roma, Firenze Milano. Bilancio: 12 morti. Obiettivo: mettere lo Stato in ginocchio e ottenere l’abolizione del regime speciale per i mafiosi incarcerati.

Fino al 1993 data del suo arresto, è Totò Riina a guidare la Cupola mafiosa. Riina è il capo dei capi, il sostenitore della strategia del terrore. Il suo successore sarà Bernardo Provenzano, che tra il 1993 e il 2006 ricomincia a tessere le fila di una politica di compromesso tesa a ristabile la “pax mafiosa”. Gli attentati infatti si interrompono nell’autunno del 1993.

A evocare i legami segreti tra Cosa Nostra e settori dello Stato è soprattutto Massimo Ciancimino figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino: Massimo junior durante il suo processo, nel 2010, afferma che suo padre era l’anello di congiunzione con la Mafia ed era amico di Provenzano. Alcuni pentiti confermano questa versione e l’esistenza di una trattativa che, come un fiume carsico, sarebbe arrivata fino ad oggi.

Stato-Mafia, Ingroia:“Il patto di convivenza potrebbe continuare”

Il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia è il magistrato simbolo della ricerca della verità sulle stragi e sui rapporti tra mafia e politica italiana.

Michela Monte, euronews:
“Dottor Ingroia il risultato dell’inchiesta sulla trattativa tra Stato e Mafia condotta
per 4 anni non ha precedenti. Alla sbarra con i boss mafiosi ci sono uomini di primo piano delle istituzioni, con l’accusa più infamante: hanno cercato i boss per avviare un patto di convivenza, una tesi che le è valsa l’accusa di ‘eversore’. Come l’ha presa?”

Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo:
“Di accuse ne ho ricevute tante, questa si è aggiunta alle tante, l’importante è essere con la coscienza a posto e l’animo sereno come noi della Procura di Palermo, che abbiamo l’animo sereno affrontando l’inizio di questo processo”.

euronews:
“L’oggetto della trattativa è la stagione delle stragi nel biennio ’92 – ’94: 2 anni, 7 attentati più di 20 morti, l’omicidio di Falcone e Borsellino. Nello stesso periodo muore un sistema politico e
ne nasce un altro: si passa dalla Prima alla Seconda Repubblica, che relazione c’è tra tutti questi eventi? Lei ha detto più volte: ‘l’Italia è un Paese che ha paura delle grandi verità’, perché?”

Ingroia:
“Queste stragi hanno condizionato l’inizio di questa Seconda Repubblica e tra una strage e l’altra si è scoperto ed è l’oggetto di questo processo, c’erano pezzi di Stato che trattavano con i poteri criminali, con i poteri mafiosi, per stabilire un nuovo patto di convivenza”.

euronews:
“E oggi la trattativa continua?”

Ingroia:
“Non mi meraviglierei affatto che ci siano mafiosi che stanno cercando di stabilire nuovi accordi e nuovi patti e ci sia qualcuno che nelle retrovie, nel retrobottega della politica stia cercando di costruire le condizioni per un nuovo patto che possa ipotecare il futuro della Terza Repubblica”.

euronews:
“Dopo 20 anni ancora non si sa la verità sui mandanti dell’omicidio di Paolo Borsellino, lei ha giurato sulla sua bara che avrebbe cercato questa verità ad ogni costo, ora, dice di essere entrato nella ‘stanza della verità’, inizia il processo e lei
va in Guatemala. Perché ha accettato proprio ora questo nuovo incarico?”

Ingroia:
“Per rilanciare l’esperienza importante, preziosa e positiva del metodo dell’investigazione antimafia italiano, del pool antimafia siciliano, della lezione di Falcone e Borsellino a livello internazionale. E in secondo luogo, dovendo aprire questa esperienza internazionale ritengo che il momento migliore fosse proprio questo, l’indagine teniamo conto che è finita”.

euronews:
“Dunque pensa di avere completamente esaurito il suo compito rispetto a questa vicenda”

Ingroia:
“Avendo ‘le mani libere’ dal mio ruolo di pubblico ministero potrò più direttamente partecipare anche da lontano, anche dal Guatemala, al dibattito ancora in corso e ancora incandescente in Italia, sul tema della verità, su quella stagione e continuerò a far sentire la mia voce, ancora di più di quanto non abbia potuto fare fino ad oggi”.