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Speciale Usa: la controversa riforma dell'istruzione

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Speciale Usa: la controversa riforma dell'istruzione

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Secondo l’ultimo rapporto dell’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, il 42 per cento degli adulti statunitensi ha un’istruzione superiore. Ma gli Stati Uniti sono in ritardo rispetto ad altri Paesi come Canada e Giappone. In vista delle presidenziali, l’istruzione è un tema più dibattuto che mai. Ne parliamo in questa puntata.

Riformare la legge sull’istruzione dell’era Bush

Con il “No Child Left Behind” Act nel 2001, l’allora presidente Bush intendeva migliorare il livello di preparazione degli studenti nei primi otto anni di scuola. Dieci anni dopo, un sondaggio Gallup mostra che sempre più statunitensi ritengono che abbia peggiorato le cose.
Dieci anni fa, la scuola Brennan-Rogers a New Haven non avrebbe superato il test della legge. Questa aveva come obiettivo che tutti gli studenti fossero competenti in matematica e in inglese entro il 2014. Le scuole in difficoltà, dette di “low performing”, avrebbero potuto chiudere o essere ristrutturate.

Oggi la riforma della legge è bloccata al Congresso che non trova un accordo sul ruolo del governo federale. Intanto, oltre la metà degli Stati ha ottenuto dal presidente Obama deroghe all’applicazione delle disposizioni.

Nel 2009 la direttrice della Brennan-Rogers ha ottenuto fondi federali e del Connecticut per riportare la scuola sulla carreggiata. L’inversione di tendenza è riuscita: hanno contribuito l’introduzione dell’ insegnamento personalizzato, il coinvolgimento dei genitori e un prolungamento della giornata scolastica. Nei casi contrari resta comunque delicata l’applicazione della legge: molti Stati hanno evitato di infliggere le sanzioni alle scuole fallimentari.

Senza lavoro si torna tra i banchi di scuola

Elisabeth frequenta lezioni di laboratorio. Da un anno e mezzo, questa donna di 42 anni è tornata a scuola, per dare una svolta alla sua vita. Elisabeth ha perso il posto quando la fabbrica di auto in cui lavorava ha chiuso, nel 2010.

Circa 4500 dipendenti come lei si sono trasformati in disoccupati a causa della crisi economica. Per cui il governo federale ha finanziato un centro di riassunzione e ha pagato le spese di formazione dei lavoratori. Ognuno di loro ha potuto ricevere fino a quindicimila dollari per una formazione di due anni. Vent’anni dopo aver lasciato l’università, Elisabeth frequenta biotecnologia a Fremont, in California.

Nel 2009, gli studenti ultratrentenni rappresentavano il 24 per cento del totale negli Stati Uniti. Secondo l’agenzia Credit Karma, il numero delle persone tra i 35 e i 49 anni, che prende in prestito denaro per studiare, è aumentato del 47 per cento negli ultimi tre anni.

Marc Tucker: agli Usa serve l’esempio di altri Paesi

Perché gli Stati Uniti sono dunque scivolati dalla vetta delle classifiche sull’istruzione negli ultimi trent’anni? Cosa riserva il futuro? Ne parliamo con l’esperto del settore dell’educazione, Marc Tucker, presidente del centro nazionale per l’istruzione e l’economia a Washington.

Marc Tucker sostiene che una delle questioni che fa avanzare altri Paesi e frena invece i progressi nel mondo dell’istruzione statunitense sia il finanziamento. Altrove i fondi sono equi nel senso che viene investito più denaro per i ragazzi che hanno più bisogno di aiuto. Invece negli Stati Uniti ogni scuola riflette la ricchezza tassabile della sua comunità.

“Se sei abbastanza fortunato da vivere in una giurisdizione dove abitano persone ricche con case costose, allora le tasse su quelle abitazioni producono una grande quantità di soldi per finanziare le scuole”, sostiene Tucker. “Dall’altro lato ci sono invece persone che non possono permettersi molto per una casa quindi le tasse che pagano non generano molto denaro per l’istruzione”.

Alla vigilia delle elezioni, democratici e repubblicani sono distanti sul tema. Unico punto in comune, la riforma della legge “No Child Left Behind”. Ma in che modo? “I repubblicani preferirebbero metodi che si basano maggiormente sulla concorrenza del libero mercato”, sostiene l’esperto. “La differenza è abbastanza marcata per quanto riguarda il modo in cui i due candidati intendono utilizzare i 25 miliardi di dollari di fondi federali per i bambini poveri e handicappati”.