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In mostra fino al 28 gennaio al Gran Palais di Parigi una retrospettiva del pittore americano Edward Hopper.

128 opere, in un percorso evolutivo che va dalla formazione, tra il 1900 e il 1925, fino al periodo della maturità, negli anni ’60.

È dal 2009 che Didier Ottinger, curatore della mostra, organizza l’esposizione e raccoglie i quadri.

“Il paradosso di Hopper è la sua reputazione” spiega Ottinger. “È considerato l’artista che incarna di più l’America, quando in realtà quello che ci mostra è il contrario del sogno americano. Gli Stati Uniti sono movimento, folla, energia frenetica e assoluta. Hopper invece è solitudine, immobilità, riflessione, meditazione. E questo non sempre è stato capito”.

I cambiamenti degli Stati Uniti nel ventesimo secolo. Questo il marchio di fabbrica dei quadri di Hopper.

Tra le opere esposte “Stanza d’albergo” e “Tramonto sulla ferrovia”.

“È una critica alla società americana, a come è diventata. Hopper è un testimone. Nacque nel 1882, visse in una piccola città sul fiume Hudson e assistette alla trasformazione incredibilmente veloce dell’America, che in pochi decenni divenne la prima potenza industriale del mondo” conclude Ottinger.

Troviamo anche quadri come “La collina del faro”, “Ufficio a New York” e un autoritratto dipinto alla fine degli anni ’20.

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