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Libia, il governo contro le milizie per non diventare come l'Afghanistan

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Libia, il governo contro le milizie per non diventare come l'Afghanistan

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Ristabilire l’ordine e la sicurezza. Con la decisione presa sabato scorso di mettere le milizie sotto il controllo dell’esercito, la Libia cerca di voltare pagina e di non essere più terreno di battaglia quotidiana.

Ma l’obiettivo si confronta con la forte divisione tribale che caratterizza il Paese e le difficoltà attuali servono da argomento a quanti si sono opposti all’intervento militare e alla caduta di Gheddafi, che avrebbe – dicono – sollevato un vaso di Pandora.

L’attentato di due settimane fa a Bengasi dove è morto l’ambasciatore americano ha dato al governo
l’occasione per fare pulizia, dichiarando guerra alle milizie islamiche e radicali.

La popolazione è stanca del potere che si arrogano i miliziani da ormai un anno e in migliaia venerdì scorso sono scesi in piazza per chiedere il disarmo dei gruppi, finendo poi per attaccare un quartier generale e distruggerlo nella violenza. Con undici morti e una settantina di feriti per le strade.

Così il giorno dopo il presidente del Parlamento, Mohammed al-Magaryef, ha annunciato la decisione di voler eliminare le milizie: “Intendiamo dissolvere le milizie e gli accampamenti militari che non sono sotto il controllo dello Stato”, ha dichiarato.

Dopo la caduta del regime, centinaia di ex ribelli hanno occupato edifici, strutture strategiche e palazzi del potere. Alcuni di loro sono successivamente entrati nel ministero della Difesa e in quello dell’Interno, ma altri si sono rifiutati di cedere le armi. Tra questi, gli jihadisti vicini al Al Qaeda e alcuni salafiti, difensori di un ritorno all’islam radicale. Due fazioni unite dal rifiuto di quasiasi rapporto con gli Stati Uniti e i loro alleati, gli stessi che li hanno liberati dalla dittatura di Gheddafi.

A Bengasi e in molte altre città potrebbero però esserci qualcuno con un’agenda diversa da chi vuole un Paese pacifico e democratico.
Al governo legittimo, uscito dalle libere elezioni di luglio, spetta ora dimostrare che la Libia non sarà il prossimo Afghanistan.