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Più che malcontento è una vera e propria collera collettiva quella che sta montando in Portogallo a causa del programma di austerità, criticato tra l’altro anche dall’esercito e dalla chiesa. Venerdì scorso si è svolta un’altra protesta a Lisbona, ma l’ampiezza della contestazione ha colto di sorpresa governo e sindacati.

I cittadini si sono opposti duramente all’ultima misura che il primo ministro di centro-destra Pedro Passos Coelho vorrebbe imporre dall’anno prossimo. Ma dopo otto ore di riunione con il presidente della Repubblica, Anibal Cavaco Silva, Passo Coelho ha dovuto fare marcia indietro e rinunciare ad aumentare dall’11 al 18% i contributi sociali a carico dei lavoratori, riducendo invece quelli dei datori di lavoro dal 23,7 al 18 per cento.

Il che significa un trasferimento di oneri pari a 2 miliardi di euro dalle imprese ai lavoratori. La misura, sostiene il governo, serve a facilitare nuove assunzioni, a fronte di una disoccupazione che ha superato il 15 per cento.

Ma non è piaciuta a nessuno. A cominciare dai salariati, come Paulo Mourinha assistente panettiere: “Questa cosa non aiuta né gli imprenditori né i lavoratori. E alla fine dell’anno noi ci ritroveremo con un mese di stipendio in meno e le imprese continueranno a pagare tasse elevate e non ci aumenteranno la paga”.

La stessa cosa la pensa il proprietario di un’altra panetteria, Licino Guedes: “Non funziona, non funziona. La parte di contributi sociali che è aggiunta al lavoratore e tolta a me non basta per consentirmi di assumere un’altra persona”.

I portoghesi stanno già riducendo i consumi a causa dell’aumento dell’Iva, salita al 23% quest’anno. La recessione farà perdere un altro 3% di Pil, ma l’austerità è necessaria, per avere i 78 miliardi di aiuti concessi l’anno scorso da Unione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale.

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