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Intervista a Roberto Malanca, RSU Jabil

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Intervista a Roberto Malanca, RSU Jabil

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Euronews
Si tratta di una crisi che ha avuto molti colpi di scena: quali sono i fatti che hanno portato alla vostra occupazione della fabbrica?

Roberto Malanca, RSU Jabil
Noi della Jabil siamo la vecchia produzione di Nokia/Siemens, abbiamo sempre lavorato in questa fabbrica. Nel novembre del 2007 siamo stati ceduti da Nokia/Siemens, ci ha acquisito Jabil, che è una multinazionale americana di manufactoring, e da quando siamo stati acquisiti abbiamo iniziato un percorso molto difficile, di crisi.
Siamo andati in cassa integrazione quasi subito, poi nel giugno del 2010 Jabil ci ha venduto a un fondo, a un equity fund americano; questo fondo ha accumulato parecchi debiti – circa 70 milioni, poi certificati dal giudice fallimentare – nel giro di sei-sette mesi.
Quindi siamo andati sull’orlo del fallimento, ma poco prima della dichiarazione di fallimento, quando noi ormai avevamo raggiunto un accordo con il Ministero per accedere all’amministrazione controllata, Jabil si ripresenta e riacquisisce tutte le fabbriche che aveva ceduto: questo due giorni prima del fallimento.
Un’operazione molto strana, che non ha nessuna logica, perché ha speso circa 100 milioni perché ha dovuto ripianare circa 70 milioni di debiti, più mettere circa 30 milioni di denaro fresco nelle casse per ripartire.
Quindi un’operazione che dal punto di vista industriale ed economico non ha nessuna logica: abbiamo presentato un esoposto alla Procura di Milano, e speriamo che possa far luce su alcuni passaggi che per noi non sono chiari.

Euronews
Jabil ha riacquisito, ma con l’intenzione di riprendere la produzione?

Roberto Malanca
Ha fatto questo enorme investimento per poi dichiarare la chiusura della fabbrica dopo sei mesi. Perché ci ha riacquisito a marzo, e a settembre ha dichiarato l’intenzione di chiudere la fabbrica.
Noi già da luglio dello scorso anno siamo partiti con questo presidio, perché per noi era chiara l’intenzione di Jabil.
Per evitare che Jabil, mentre noi lavoravamo, decidesse di portare via alcuni macchinari e componenti in altre sue fabbriche che ha nell’Est europeo ci siamo messi a presidiare la fabbrica.
Quindi chi lavorava presidiava dall’interno, e chi era in cassa integrazione presidiava dall’esterno.
In questo modo siamo riusciti a salvaguardare un po’ tutto il patrimonio produttivo che è ancora in fabbrica.

Euronews
E poi che è successo?

Roberto Malanca
Il sedici dicembre siamo stati licenziati, per cui da quel momento abbiamo occupato la fabbrica anche dall’interno, perché l’avevano chiusa: noi l’abbiamo riaperta, siamo entrati, abbiamo riattivato le linee di produzione facendo manutenzione e facendo anche riparazioni, perché all’interno della fabbrica erano rimasti tutti gli apparati da riparare.
Noi con i componenti che avevamo all’interno li abbiamo comunque riparati, sono li pronti, facciamo manutenzione alle macchine, insomma teniamo tutto in ordine, tutto a puntino perché per noi…
Dobbiamo ripartire: non possiamo accettare che un sito industriale come questo possa chiudere, soprattutto in un settore importante come quello delle telecomunicazioni.

Euronews
Le prospettive quali sono?

Roberto Malanca
Noi abbiamo attivato un tavolo tecnico con il Comune di Cassina De’ Pecchi, abbiamo ottenuto due incontri, ai quali partecipano il sindaco, i rappresentanti di Provincia e Regione, e rappresentanti del Ministero dello Sviluppo Economico.
Abbiamo ottenuto come primo risultato un protocollo d’intesa che vincola la destinazione d’uso dell’area, perché per noi c’era il pericolo che Nokia volesse fare una speculazione edilizia, su quest’area.
Perché è un’area grandissima, a ridosso di una fermata della metropolitana: se venisse cambiata la destinazione d’uso, da area industriale a edilizia, tanto per dirne una, nel PGT che deve esser fatto quest’anno, chiaramente Nokia avrebbe avuto un ingente guadagno dal punto di vista economico.
Quindi abbiamo scongiurato questo pericolo appunto spingendo tutte le istituzioni a firmare un protocollo che vincola la destinazione d’uso dell’area.

Euronews
Quindi resta ad uso industriale: ma non ci sono acquirenti in vista?

Roberto Malanca
Adesso stiamo lavorando in quella direzione: durante l’ultimo incontro, i rappresentanti del Ministero ci hanno anticipato l’intenzione di attivare – attraverso Invitalia, che è un’agenzia governativa – un progetto di rilancio del sito industriale: un progetto che dovrebbe essere attuativo, secondo le loro intenzioni, entro sei mesi.
Quindi cercare nuovi acquirenti, e ci hanno comunicato di avere già contattato altre aziende, che si sono dette interessate a vedere gli sviluppi che ci saranno su quest’area.
Quindi adesso siamo in attesa del prossimo incontro, e andiamo avanti comunque con la nostra lotta, noi da qui non ci muoviamo perché è fondamentale riaprire tutto il sito: quello che facciamo non è solo per salvare la fabbrica Jabil, ma tutto il sito industriale.
Io sono entrato nell’89, eravamo quasi tremila persone qui a Cassina De’ Pecchi: è una fabbrica che ha un potenziale lavorativo infinito. Già si sono persi più di duemila posti di lavoro con le varie esternalizzazioni, adesso Nokia/Siemens vuole chiudere completamente il sito. Per noi è inaccettabile.
Continueremo la nostra battaglia, nei prossimi giorni arriveranno probabilmente le lettere di licenziamento anche ai nostri ex colleghi di Nokia/Siemens, per cui la situazione diventerà ancora più incandescente.

Euronews
Ci sono altre crisi in questo distretto industriale…

Roberto Malanca
Questa era, è, per noi è ancora un’area importantissima nel settore delle telecomunicazioni. Qui erano concentrate tantissime realtà che anche a livello mondiale producevano gran parte degli apparati di telecomunicazione. E progettavano, soprattutto.
Tante realtà straniere, come Siemens, GTE, o qui vicino Alcatel, hanno sfruttato le capacità di noi italiani per sviluppare brevetti che poi portano all’estero e sfruttano loro.
Tra l’altro qui abbiamo avuto da sempre anche una collaborazione col Politecnico di Milano. Insieme a loro sono stati sviluppati in questi decenni – perché questa è una fabbrica che ha cinquant’anni di storia – parecchi progetti, parecchi brevetti.
Anche da quel punto di vista sarebbe una grossa perdita.
Anche da altri settori dell’industria arrivano appelli e pressioni perché si facciano gli investimenti per esempio sulla banda larga, per cui se vogliamo poi ripartire e rilanciarci dobbiamo farlo sfruttando questi settori che sono poi trainanti.