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Il Pakistan è insorto in un venerdì di preghiera e protesta violenta contro il film anti-Islam. I morti sono una ventina. Più di cento i feriti. Il bilancio più grave è quello di Karachi. La città portuale – la più popolosa del Paese – è stata messa a ferro e fuoco dai manifestanti, che si sono scagliati anche contro negozi e veicoli.

Nel tentativo di placare la collera dei musulmani, Washington ha acquistato spazi pubblicitari su canali televisivi del Pakistan per diffondere alcuni spot – inclusa una dichiarazione del presidente Barack Obama: “Sin dalla fondazione – ha detto – gli Stati Uniti sono sempre stati una nazione che rispetta tutte le confessioni. Respingiamo ogni tentativo di denigrare il credo religioso altrui. Non vi è alcuna giustificazione per questo tipo di violenza senza senso. Alcuna”.

Le prime vittime sono state quelle di Peshawar, dove nel corso degli scontri tra manifestanti e polizia era morto l’autista della troupe di una televisione locale. Così come in altre località del Paese, anche nella città nordoccidentale sono stati presi d’assalto e dati alle fiamme alcuni cinema.

Il governo di Islamabad aveva indetto per questo venerdì di preghiera una “giornata di devozione per il Profeta”. Molti dei partiti che hanno sostenuto la protesta si oppongono all’alleanza tra il Pakistan – potenza nucleare a maggioranza musulmana – e gli Stati Uniti, dove è stato prodotto il film all’origine dell’ondata di violenza.

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