ULTIM'ORA

ULTIM'ORA

Charlie Hebdo, 50 anni di satira senza compromessi

Lettura in corso:

Charlie Hebdo, 50 anni di satira senza compromessi

Dimensioni di testo Aa Aa

Quasi un paradosso. Un’espressione dell’establishment come la polizia, a difesa di chi se ne è sempre fatto beffe. La satira in edicola ha una lunga tradizione in Francia. Charlie Hebdo vi mostra dal 1970 le sue prime pagine caustiche. Una linea editoriale di sinistra indipendente, che in Italia potrebbe ricordare quelle del Male o Cuore, riviste dalle alterne fortune. Fa spesso discutere, come nel caso delle vignette su Maometto.

Il direttore Stephan Charbonnier, che firma con lo pseudonimo Charb, non arretra di un passo:

“Non possiamo fare caricature di Maometto in Francia? Certo che possiamo farlo. Possiamo fare vignette su chiunque in Francia. Non rimprovero a un musulmano di non ridere dei nostri disegni, ma non può venirmi a dire quali leggi seguire. Io rispetto la legge francese, non seguo quella del Corano”.

Per lui e il suo staff di autori e disegnatori, si può ridere di tutto. E la libertà di espressione è l’unica cosa davvero sacra.

“Solo l’islam radicale pone di questi problemi. Quando attacchiamo, molto violentemente, l’estrema destra cattolica, nessuno protesta sui giornali. Ma non abbiamo diritto di ridere degli integralisti musulmani. Una nuova regola a cui bisogna sottostare, ma noi non abbiamo intenzione di rispettarla”.

Quella di Charlie Hebdo non è redazione che si lasci intimidire. Non è accaduto l’anno scorso, quando i locali che la ospitano furono incendiati. A scatenare la protesta, all’inizio di novembre, fu la testata “Charia Hebdo”, che sostituì quella abituale, in occasione della vittoria del partito Ennahda alle elezioni in Tunisia.

La storia di Charlie Hebdo ha, in realtà, un antefatto. Nel 1960 nacque Hara-Kiri, sotto la direzione del professor Choron, grande provocatore. Più volte fu censurato, fino al novembre 1970, quando ne fu sancita la chiusura. Il 9 morì il generale De Gaulle. Dieci giorni prima, in una discoteca della sua città d’origine, Colombey, ci fu un incendio che provocò 146 vittime. Il titolo della rivista fu “Ballo tragico a Colombey. Un morto”. Intervenne il ministro dell’Interno, ma l’escamotage fu trovato in fretta: stessa squadra, nome diverso. Quello che il settimanale porta tuttora.

Negli anni si sono succedute le direzioni, ma Charlie Hebdo non ha mai sostanzialmente cambiato linea.

Nel suo mirino sono finiti sovente politici, ma anche autorità religiose di ogni confessione. Più volte la chiesa cattolica ha citato in giudizio la rivista.

Pubblicare le vignette in questo momento, con la tensione già alta per il film di Nakoula Basseley considerato blasfemo, è stato inopportuno? Una mossa pubblicitaria? Dubitare è lecito, ma a Charlie Hebdo bisogna riconoscere quantomeno, in 50 anni di storia, notevole coerenza.