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Intervista a Giacinto Botti, segretario CGIL Lombardia

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Intervista a Giacinto Botti, segretario CGIL Lombardia

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Partiamo da dati che sembrano contraddittori rispetto al contesto di crisi descritto dagli altri indicatori e alla sensazione che si puo avere sul campo: in Lombardia, secondo dati recenti, per ogni impresa che muore ne nascono dieci.

Giacinto Botti, segretario CGIL Lombardia
Bisogna andare a analizzare cosa muore e cosa nasce: purtroppo muoiono molte aziende piccole e medie che erano l’ossatura del sistema produttivo, ne nascono altre, ma queste che nascono sono prive di prospettiva perché sono aziende di una persona, nascono in conseguenza alla crisi e muoiono nel breve tempo.
Per cui questo dato va letto non in positivo, ma nell’insieme di quel che succede nel sistema produttivo lombardo.

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Un altro dato di contesto, che sembra dar speranza, è quello dell’aumento dell’export…

Giacinto Botti
Anche questo è un dato che va valutato, perché noi abbiamo l’85% delle aziende che lavorano per il mercato interno e il mercato europeo; abbiamo degli investimenti sui mercati asiatici, Brasile e Nord America, e sono particolari produzioni, che comunque non rappresentano il sistema industriale italiano. E’ un fatto positivo perché abbiamo aziende che con la ricerca, l’innovazione e lo sviluppo sono andate sul mercato estero, e questa è una strada importante; ma è purtroppo una strada molto limitata, e quel +9% di esportazioni è un dato che va letto nella qualità e nel limite del contesto.

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La disoccupazione invece è in crescita molto forte, e colpisce anche in Lombardia, che era abituata a livelli piuttosto bassi…

Giacinto Botti
Direi che c‘è un fantasma che si aggira per l’Europa, ed è la disoccupazione, che è il problema principale per la tenuta del sistema non solo produttivo, ma anche del sistema sociale in Europa.
Abbiamo un aumento della disoccupazione in Italia, abbiamo raggiunto l’11%, ma c‘è una disoccupazione estremamente preoccupante, che è quella giovanile, delle nuove generazioni, perché stiamo toccando il 35% dei giovani dai 15 ai 24 anni che si trovano senza lavoro. E un pezzo di questa nuova generazione che si trova soggetta a una precarietà diffusa, si parla di una precarietà che si trova non solo nel lavoro, ma anche nella prospettiva di vita.

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A proposito di precarietà: i dati parlano di un calo dei nuovi contratti a tempo indeterminato, mentre c‘è una forte crescita dei contratti precari.

Giacinto Botti
Questa è una risposta di sistema alla crisi, si tende ad andare verso la precarizzazione e una riduzione dei diritti piuttosto che verso la qualità dell’occupazione. Per cui non abbiamo solo il calo dell’occupazione, ma abbiamo anche il calo della qualità dell’occupazione. Negli ultimi due anni in Lombardia il 75% delle nuove assunzioni sono a tempo determinato. In Lombardia aumenta il lavoro nero, il lavoro precario, e si affaccia in modo preoccupante la criminalità organizzata. Perché il problema del credito e un mercato in difficoltà aprono le porte a una delinquenza, a un’illegalità che preoccupano.

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Il tessuto industriale lombardo ha sempre dimostrato grande dinamismo, ma oggi non sembra fatto per competere su grande scala…

Giacinto Botti
Io penso che questa crisi debba essere letta e capita in modo più approfondito: c‘è molta ignoranza, poco studio e poca riflessione sulle conseguenze di una crisi che non è uguale alle altre. E’ una crisi dell’economia reale, è una crisi della globalizzazione, è una crisi della sovrapproduzione, ed è anche una crisi della riduzione del tasso di profitto che il sistema sta subendo. Per cui nella globalizzazione dobbiamomettere in discussione molte delle certezze che avevamo, e soprattutto c‘è la necessità di pensare a un’Europa politica, a un’Europa diversa dall’attuale. E avendo bisogno di un’Europa, abbiamo bisogno anche di un Paese Italia diverso, abbiamo bisogno di politiche industriali, politiche di sviluppo e un contributo necessario di indirizzo da parte del sistema pubblico. Quello che ci manca è un’idea di progresso, di progetto del futuro del Paese e del mondo, dentro a una globalizzazione che è sempre più violenta ed è sempre più selettiva, e lascia sul campo disoccupazione, molta disuguaglianza, tanta povertà che dovrebbe interrogare la politica, quella seria, quella che dovrebbe assumere un compito centrale nel come uscire dalla crisi.

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Il contesto industriale lombardo, che genera buona parte dell’export nazionale, perché incontra tante difficoltà nel reagire alla situazione attuale?

Giacinto Botti
Qui si apre una discussione molto seria sulla presenza e sul ruolo delle multinazionali. E’ legato alla crisi e alla globalizzazione, e alla mancanza di politiche industriali di sviluppo che da anni noi viviamo in questo paese.
Esistono settori nei quali dovremmo investire, a partire dalla ricerca, dallo sviluppo, dalla conoscenza, dai saperi, dalla scuola: sono settori invece lasciati molto andare, e questo comporta il fatto che se non si pensa un nuovo modello non riusciremo a trovare una via d’uscita dalla crisi.
Ed ecco perché il sistema industriale lombardo, che si caratterizzava per essere all’avanguardia, con delle eccellenze, sta subendo un forte arretramento. Laddove c‘è il sistema manifatturiero, il sistema industriale, si sente di più la crisi: perché è una crisi di sistema e una crisi dell’economia reale, non una crisi finanziaria.
Bisogna partire da questo per vedere come in Europa si possa competere nel mercato globale, e come la globalizzazione da fatto negativo possa diventare un fatto positivo dentro a un controllo e a una verifica dell’insieme di come si muove l’economia.

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Da come parla, sembra quasi di vedere un sindacato cambiato, più pronto a capire le ragioni dell’imprenditoria…

Giacinto Botti
Io dividerei il mondo imprenditoriale in due, oggi: esistono imprenditori che stanno investendo, imprenditori che hanno il valore del lavoro e soprattutto si stanno cimentando in questa durissima crisi. Io credo che in questo il sindacato debba essere alleato con questi imprenditori perché abbiamo delle convenienze comuni per una ripresa produttiva.
Poi c‘è un pezzo di imprenditoria che non ha una cultura e un valore sociale, che pensa di affrontare la crisi distruggendo il diritto del lavoro, aumentando lo sfruttamento nel lavoro, mettendo anche a rischio la vita stessa e salute del lavoratore.
Perché l’altro elemento preoccupante è che c‘è un aumento delle morti sul lavoro, un aumento dei problemi legati alla salute, agli infortuni. Questo significa che dinnanzi alla crisi si pensa di uscire sfruttando maggiormente le persone e spremendo fino in fondo sul campo dei diritti.
Questa è una via perdente, ed è una via che il sindacato deve contrastare: non disconoscendo la crisi, la sua identità, la necessità di studiare e di capire come uscirne; ma certamente contrastando vie e percorsi che sono pericolosissimi, mettono in discussione l’equilibrio sociale di un paese, e cancellano 50-60 anni di storia del welfare state europeo, di progresso che abbiamo conquistato in questi anni.

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I lavoratori invece: possono essere preparati a un mondo più fluido? Sono pronti?

Giacinto Botti
I lavoratori si sono adeguati, hanno subito la globalizzazione: noi abbiamo livelli di sfruttamento preoccupantissimi, abbiamo sacche di lavoro nero e di sfruttamento soprattutto nelle piccole e medie aziende dove noi, come sindacato, facciamo fatica ad arrivare; e conosciamo situazioni di schiavismo nuovo, soprattutto con una presenza anche extra-comunitaria, che viene portata nell’illegalità e a fare concorrenza al ribasso con i lavoratori italiani, ed è questo un dato estremamente negativo.
I lavoratori sono disponibili e sono preparati: il problema è che abbiamo anche una classe lavoratrice che deve essere adeguatamente preparata sul piano della conoscenza, sul piano della professione: noi rischiamo di perdere un patrimonio professionale, con la scomparsa di molti lavori, l’allontanamento di molte multinazionali, la perdita di posti di lavoro…
L’altro dato che ci preoccupa in Lombardia non è solo che il tasso di disoccupazione è passato dal 4,5 al 7,8%, è la qualità del lavoro: abbiamo perso 4.000 posti di alta tecnologia nel settore informatico e delle telecomunicazioni, abbiamo delle multinazionali che stanno restringendo il campo delle operazioni in Italia o stanno abbandonando il Paese, e parliamo di ponti radio, di telecomunicazioni, di alta tecnologia: anche questo comporta la riduzione qualitativa.
E soprattutto si affaccia una disoccupazione giovanile che è preoccupantissima ma si affaccia anche una disoccupazione degli over 50, cioè quelli cacciati, allontanati dalle aziende per ristrutturazioni, riorganizzazioni, mancanza di lavoro, e questi possono trovarsi in un limbo, cioè di non avere nè lavoro nè diritti alla pensione, e aumentare la sacca di povertà e di disuguaglianza nel paese.

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Come vede l’apparente cambio di marcia di Angela Merkel, che recentemente ha sottolineato come la finanza non stia facendo gli interessi del popolo?

Giacinto Botti
Significa che la realtà è molto più forte degli aspetti ideologici o di alcune vecchie teorie: la Merkel finora è stata molto restia ad affrontare i problemi dell’Europa, ma ha molto guardato alla dimensione locale, nazionale, e oggi si accorge che o c‘è una politica in grado di indirizzare, di controllare, di indicare una prospettiva a un paese, a un progetto di sviluppo, a un progresso globale dell’Europa, o altrimenti la violenza del mercato, le sue logiche, la sua cultura rischiano di creare un deserto.
E credo che l’allarme lanciato dalla Merkel – sperando che se ne vedano le conseguenze nelle sue politiche – dica come siamo oggi, cioè dice di un mercato che non ha più nessun controllo sociale, di un mercato finanziario e di soggetti che possono affossare un paese, possono affossare un’economia con una logica che è solo quella centralizzata del profitto, e non quella, invece, di un progetto di prospettiva per un paese.
Questa è la novità che ci viene portata dalle dichiarazioni della Merkel, e questo chiama in causa la qualità degli uomini, della politica e delle associazioni che devono essere coloro che attorno a un mercato costruiscono le condizioni perché il mercato segni un progresso, uno sviluppo e non invece un arretramento e una condizione quasi disperante per le future generazioni.

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Ma il futuro di un Paese dipende soprattutto dalla sua popolazione, e in particolare dalle nuove generazioni…

Giacinto Botti
Il problema delle nuove generazioni è estremamente legato al sapere, alla scuola e all’Università. Proprio perché c‘è un mercato cosi spezzettato, un mercato che non ha più una condizione di continuità, occorre avere un giovane istruito complessivamente, sul piano della capacità professionale, valoriale e culturale, la capacità di affrontare quello che sarà il futuro lavoro e quello che sarà la futura società. E quindi l’investimento nel preparare i giovani è oggi una chiave essenziale.

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Ma si vede una tendenza alla ‘preparazione funzionale’ del cittadino, cioè a un’istruzione in funzione del mestiere che eserciterà…

Giacinto Botti
Questa è una risposta cieca di chi pensa che il mercato non sia in continua evoluzione, e pensa di dare una risposta immediata, di brevissimo termine, pur conoscendo che quella risposta, la preparazione tecnologica-professionale di una persona, può essere oggi valida e nei prossimi anni addirittura nulla.
Abbiamo invece bisogno di una classe lavoratrice – e di una classe dirigente – futura molto dinamica, che conosca anche il valore e la portata sociale dello sviluppo e del progresso, e che abbiano soprattutto una capacità di essere preparati in maniera molto più compiuta, e non selettiva.
Perché la preparazione selettiva ti porta all’attuale situazione, cioè che abbiamo tante persone che hanno fatte scuole e università e che non trovano rapporto con il mercato, e nello stesso tempo persone che si sono preparate in maniera selettiva e che si trovano fuori gioco perché là dove si sono preparate non esiste più il mercato. Con un restringimento valoriale e culturale della propria conoscenza.

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Per le piccole e medie imprese, che rappresentano buona parte del tessuto industriale lombardo, sembra essere particolarmente difficile resistere a questa crisi: se la sente di azzardare una previsione per i prossimi due anni?

Giacinto Botti
E’ già cambiato il tessuto produttivo italiano e lombardo, e fra due-tre anni si accentuerà: spariranno molte piccole e medie aziende. Dobbiamo prendere atto che c‘è una violenza del mercato sempre più forte, e che c‘è un cannibalismo, anche, del mercato: cioè che la piccola azienda che non si aggiorna, la piccola azienda che non è più in grado di competere, di innovarsi, non è in grado di reggere.
Per cui dobbiamo prepararci anche a una trasformazione, una riduzione, un’innovazione del mercato del lavoro e del sistema industriale del Paese. Bisogna essere preparati a questo. Per farlo, occorre la capacità di non disperdere il patrimonio professionale, e poi bisogna avere il valore del lavoro al centro dell’attenzione, e bisogna preparare le nuove generazioni ad affrontare una situazione che non era quella conosciuta e che poco è ancora conosciuta. E questa è la chiave per uscire in avanti invece di regredire e dare per scontato che le conquiste che abbiamo fatto siano conquiste che dobbiamo cedere.
Io penso che possiamo andare avanti, sul terreno dell’occupazione ma anche della qualità occupazionale, solo avendo un’idea di progresso e di futuro, e non lasciando libero il mercato di agire come meglio crede. E questa è la grande sfida che ha la politica e che ha anche il sindacato – perché anche anche il sindacato ha bisogno di capire, di innovarsi, di trovare nuove strade -, ma partendo da un dato, e cioè che il lavoro è l’essenza e la parte centrale della prospettiva di un Paese: la ricchezza non arriva dal sistema finanziario, ma arriva dalla capacità di produrre e dalla capacità del sistema pubblico di indirizzare e creare le condizioni per il progresso.