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L'area Asia-Pacifico di nuovo strategica per gli Stati Uniti

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L'area Asia-Pacifico di nuovo strategica per gli Stati Uniti

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L’area dell’Asia-Pacifico è una nuova priorità per gli Stati Uniti. Lo dimostra la missione di undici giorni in cui è impegnata la segretaria di Stato Hillary Clinton, in piena campagna elettorale. Dopo le guerre in Iraq e in Afghanistan, Washington torna nel Pacifico dove la Cina s’impone come potenza regionale.

“Gli Stati Uniti non prendono posizione nelle rivendicazioni territoriali in conflitto”, ha detto Clinton, “ma riteniamo che le nazioni di questa regione debbano collaborare per risolvere tali dispute, senza coercizione, senza intimidazioni, senza minacce e ovviamente senza far ricorso alla forza”.

Un avvertimento rivolto per via diplomatica a Pechino, che non nasconde le sue ambizioni territoriali nel mar cinese. Ecco la risposta ufficiale.

“Abbiamo notato che gli Stati Uniti hanno affermato molte volte di non prender posizione sulla questione del mare cinese meridionale”, ha replicato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hong Lei. “Ci auguriamo che manteranno le promesse e che contribuiranno alla pace e alla stabilità regionale, non il contrario”.

La Cina vuole assicurarsi la sovranità su diversi arcipelaghi del mar cinese meridionale, tra cui le isole Paracel, che Pechino controlla dalla fine della seconda guerra mondiale, ma che sono rivendicate anche dal Vietnam.

Tra i territori contesi ci sono anche gli arcipelaghi delle Spratly e delle Scarborough, che la Cina si disputa con i Paesi vicini. Questi territori hanno un grande valore geostrategico ed economico, perché racchiudono importanti riserve di gas e potrolio, oltre a essere prolifici per la pesca.

Ad agosto tra Pechino e Tokyo si sono riaccese le tensioni attorno alle isole Senkaku/Diaoyu.

Tra Stati Uniti e Cina, le prime due economie mondiali, creano frizioni anche gli scambi commerciali. La bilancia commerciale è da anni sfavorevole agli Stati Uniti. Nel primo semestre del 2012 il deficit di Washington era già di 145 miliardi di dollari, circa la metà di quello dell’intero 2011.

I due giganti si accusano reciprocamente di falsare gli scambi, la Cina sovvenzionando alcune esportazioni, gli Stati Uniti innalzando barriere commerciali e per questo sono arrivati a rivolgersi all’organizzazione mondiale del commercio.