Aumentano i Paesi coinvolti nel rompicapo diplomatico da cui dipende il destino dell’australiano Julian Assange.
Nel braccio di ferro tra l’Ecuador, che gli ha concesso l’asilo, e la Gran Bretagna, che vuole consegnarlo alla giustizia svedese, si inseriscono i Paesi dell’America Latina, mobilitati per difendere l’inviolabilità dell’ambasciata ecuadoregna, dopo l’ipotesi di un blitz della polizia britannica.
Ieri i ministri degli Esteri dell’Unasur, l’Unione delle Nazioni Sudamericane, hanno espresso solidarietà al governo di Quito, ribadendo il suo diritto a concedere l’asilo e auspicando che il dialogo con Londra porti a una soluzione.
Sullo sfondo gli Stati Uniti, che potrebbero – se volessero – sbloccare la situazione, come ha ricordato lo stesso Assange, che ieri è apparso per la prima volta dal balcone dell’ambasciata in cui si è rifugiato due mesi fa.
“Chiedo al presidente Obama di fare la cosa giusta – ha affermato Assange -. Gli Stati Uniti devono rinunciare a questa caccia alle streghe contro WikiLeaks. Gli Stati Uniti devono cancellare l’indagine dell’FBI.”
WikiLeaks ha pubblicato centinaia di migliaia di documenti segreti sulle guerre in Iraq e in Afghanistan e sulle relazioni diplomatiche di Washington, che per questo accusa l’organizzazione di aver messo in pericolo la sicurezza nazionale.
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