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Coro di critiche per la sentenza contro le Pussy Riot

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Coro di critiche per la sentenza contro le Pussy Riot

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Uno dei processi di più alto profilo in Russia dal crollo dell’Unione Sovietica si chiude con una sentenza meno dura del previsto, ma scatena comunque pesanti critiche, a iniziare da Stati Uniti e Unione europea. Già in carcere da cinque mesi, le tre Pussy Riot sotto accusa per la preghiera punk anti-Putin inscenata alla cattedrale del Cristo Salvatore di Mosca sono state condannate a due anni di carcere ciascuna per teppismo a sfondo religioso.

L’accusa aveva chiesto tre anni, la pena massima era di sette. Per qualcuno il verdetto nasconde motivazioni politiche. “Per noi, per tutti, anche per chi non ha apprezzato la protesta delle Pussy Riot, quanto avvenuto mostra un peggioramento dei diritti legali – ha detto l’attivista dell’opposizione Alexei Navalny -. È un’inquisizione. Quando il giudice ha detto che teppismo significa palese mancanza di rispetto, beh, quanto avvenuto in tribunale è una palese mancanza di rispetto”.

Nonostante il clamore suscitato dalla vicenda, e il sostegno mostrato da numerose stelle del firmamento musicale internazionale, i sondaggi sembrano mostrare che in patria, le Pussy Riot non son poi così amate: “Non è abbastanza – dice un attivista anti-Pussy Riot, Alexander Parkhomenko -. Vogliamo la pena più dura. La più dura possibile. Quello che hanno fatto merita la pena più pesante possibile. L’accusa ha preso la decisione adeguata”.

Le Pussy Riot hanno toccato le due più potenti istituzioni russe: il Cremlino – riconquistato da Putin il 7 maggio in una controversa elezione, e la Chiesa ortodossa. I legali hanno già annunciato l’appello. L’opposizione – che ha manifestato con tanto di arresti in occasione del processo – si prepara a u piccolo raduno domani a Mosca, mentre una grande mobilitazione anti-Putin non è prevista prima di metà settembre.