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Catastrofe umanitaria imminente nella Repubblica Democratica del Congo

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Catastrofe umanitaria imminente nella Repubblica Democratica del Congo

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C‘è un vulcano che sta per esplodere nella Repubblica Democratica del Congo. La ribellione che si va estendendo nell’immenso paese centroafricano sta creando tensioni etniche e comunitarie simili a quelle che nel 1994 portarono al genocidio in Ruanda.

Perché all’est la guerra va avanti da quasi vent’anni. Cambiano i nomi dei gruppi ribelli, ma i motivi del conflitto sono sempre gli stessi: diamanti e minerali, tensioni etniche e la responsabilità ruandese. Una situazione che ha creato quasi mezzo milione di profughi come ammettono sconsolati i funzionari Onu: “Qui la situazione è terribile. La gente arriva cercando rifugio, noi facciamo del nostro meglio e cerchiamo di aiutare queste persone, ma politicamente è stato fatto di tutto per fermare i combattimenti”.

Le tensioni nascono e crescono all’est del paese, fra le due regioni di Kivu del nord e del sud con il vicino Ruando accusato di fomentare i disordini. Chi combatte è il movimento ribelle chiamato M-23. La sigla fa riferimento alla data del 23 marzo 2009, quando il gruppo siglò un accordo con Kinshasa, sotto la supervisione del Ruanda, per l’integrazione dei ribelli nell’esercito congolese in cambio della fine delle ostilità all’est del paese.

Un grave errore politico. Perché i ribelli integrati hanno imposto unilateralmente a Kinshasa di operare nei due Kivu, creando una catena di comando parallela, e illegale, all’interno dell’esercito. Obiettivo: continuare a sfruttare, illegalmente, le riserve di diamanti, oro e coltan. Come se non bastasse il Ruanda è accusato di armare i ribelli congolesi, accusa che Kigali rimanda al mittente. E intanto a nulla sono serviti i ripetuti incontri organizzati fra i presidenti dei paesi dell’area se non ad ammettere il fallimento della diplomazia. Uno stallo che potrebbe portare a un nuovo genocidio africano.