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Omar Suleiman, l'uomo di fiducia di Mubarak

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Omar Suleiman, l'uomo di fiducia di Mubarak

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“Hosni Mubarak ha deciso di lasciare l’incarico di presidente della Repubblica e ha chiesto al consiglio supremo delle forze armate di dirigere il Paese”.

E’ Omar Suleiman ad annunciare la fine del regime l’11 febbraio 2011, un regime che ha servito per 30 anni. E’ la conclusione tanto attesa dai manifestanti della rivolta scoppiata il 25 gennaio, durante la quale si sono contati centinaia di morti.

Per la sua fedeltà e devozione durante i giorni della contestazione Suleiman era stato nominato vicepresidente, diventando il favorito alla successione a Mubarak. Il suo compito sarebbe dovuto essere quello di riportare la calma e avviare le riforme richieste dalla folla. Ma non accade nulla di questo.

Suleiman per anni è stato l’eminenza grigia del regime. Nato nel 1936, fa carriera nell’esercito prima di diventare capo dei servizi segreti nel 1993. Nel 1995, salva la vita a Mubarak. Gli consiglia di muoversi con un’auto blindata durante un viaggio in Etiopia per il summit panafricano. L’auto viene attaccata da un gruppo islamista. Muoiono diversi agenti, il presidente ne esce indenne. Da quel momento Suleiman diventa l’uomo di fiducia, l’intoccabile.

Nell’estate del 1997, chiede una sorveglianza rafforzata dei siti turistici. Il ministro dell’Interno non lo ascolta, a ottobre a Luxor un attentato uccide 62 persone. Anche stavolta Suleiman ha avuto ragione.

Diventato consigliere politico di Mubarak, gli vengono affidate le redini delle trattative israelo-palestinesi, dopo la seconda intifada, nel 2000. Negozia tregue tra le due parti e prova anche a riconciliare i palestinesi di Hamas e quelli di Fatah.

E’ considerato l’uomo della Cia in Egitto, come svelano anche documenti del dipartimento di Stato americano resi pubblici da Wikileaks. E’ sospettato di aver avallato le torture praticate su presunti terroristi durante le extraordinary renditions, i rapimenti segreti illegali compiuti dagli Usa nella guerra contro Al Qaeda.

Altro capitolo della sua vita la lotta contro i gruppi islamisti, con cui si guadagna il sostegno degli Stati Uniti e di Israele. Sparito il regime non esce di scena, vuole presentarsi alle presidenziali di aprile. Ma non ottiene le firme necessarie per poter partecipare.