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FYROM, ritorno delle tensioni interetniche

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FYROM, ritorno delle tensioni interetniche

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Nell’ex Repubblica jugoslava di Macedonia si teme una ripresa della violenza etnica. Dei 2 milioni di abitanti circa un quarto è di origine albanese. Le tensioni sono riprese a seguito del ritrovamento, non lontano dalla capitale, di 5 cadaveri appartenenti a uomini di origine macedone.

Nella parte occidentale del Paese, nei villaggi tra le montagne- come Brodec- le persone parlano albanese. Era qui che nel 2001, quando l’ex Repubblica Yugoslava di Macedonia si trovava a un passo dalla guerra civile, che i ribelli avevano eretto il loro quartier generale. E oggi? C‘è ancora traccia dell’onda separatista?

Mustafa Bektesh, sindaco di Brodet afferma: “Siamo contenti dello stato attuale, non c’interessano i confini. Quello che desideriamo è avere accesso allo sviluppo economico. Le frizioni e i conflitti ci fanno paura. I conflitti colpiscono sempre le persone più povere, che non hanno nulla da mangiare”.

Ma gli abitanti si sentono abbandonati dallo Stato…e dalle banche. Ottenere un mutuo, qui, è praticamente impossibile.

I vicini dell’ex Repubblica yugoslava di Macedonia sono il Kosovo, l’Albania, la Serbia, la Bulgaria e la Grecia. La maggior parte della comunità albanese risiede nella parte occidentale del Paese. Sempre lì vivono anche minoranze linguistiche turche, e alcune comunità Rom.

Tetovo, principale città della regione occidentale, è abitata a maggioranza dalla comunità linguistica albanese. Quando lo stadio si riempie, però, iniziano i problemi. Ogni volta che i mille tifosi della squadra macedone “Tetek” incontrano i circa 10 mila tifosi della squadra di origine albanese “Shkendja” gli scontri sono all’ordine del giorno.

Blasko, tifoso “Teteks“lamenta: “Gli albanesi che vivono da queste parti hanno ancora l’idea di una Grande Albania, ci vorrebbero cacciare dal Paese. Proteggiamo la nostra squadra, la nostra città, il nostro Paese. Però non siamo né nazionalisti né patrioti”. Rafforza queste parole Spiro, anche lui tifoso del Club Teteks Gli albanesi ci provocano perché siamo di etnia slava. C’insultano perché siamo cristiani. Bestemmiano, inveiscono contro i morti. È una vera provocazione”.

Le provocazioni e le violenze, però, si registrano da entrambe le parti.

Incitazione all’odio etnico e atti vandalici sono frequenti anche nelle aree rurali del Paese. Come qui a Janchiste, un villaggio vicino a Tetovo, dove i macedoni hanno coperto la scritta in albanese del villaggio. Da entrambi i lati, gli estremisti cercano di marcare il territorio.

Nel 2001 la tensione tra un villaggio e un altro è sfociata nei check-point armati.

Nel tentativo di ristabilire la normalità il Governo norvegese ha stanziato denaro per finanziare classi bilinguistiche nelle scuole. I ragazzi più grandi partecipano così a corsi su “dialogo e riconciliazione”, mentre per i più piccoli ci sono corsi di teatro in entrambe le lingue, macedone e albanese.

Maria, una studentessa che ha avuto la fortuna di partecipare a uno di questi progetti racconta:“Giochiamo tutti insieme. Ad esempio giochiamo a basket o a calcio insieme. Cantiamo anche insieme”. Anche Arsim è contento di passare il tempo con ragazzi di altri gruppi linguistici:“Sapere altre lingue mi dà la possibilità di poter parlare con più persone, e di avere più amici”. Mentre Alexandra ammette senza imbarazzo:“Io ho amici che vengono tutti da gruppi linguistici diversi”.

Purtroppo questi progetti rappresentano ancora un’eccezione. La direzione vorrebbe che il bilinguismo diventasse la norma nel Paese, ma nell’ultima decade le cose sono andate nel verso opposto.

Veton Zekolli, Capo Progetto Nansen Dialogue Center afferma:“Una delle cose più scioccanti che si stanno verificando qui, dal mio punto di vista, è la segregazione scolastica. Gli studenti non vanno nelle stesse scuole. Non hanno contatti gli uni con gli altri. Quello che deve essere fatto in futuro, come progetto a lungo termine del Ministero o del Governo, è di avvicinare tra loro i bambini. Questa separazione deve finire”.

Gostivar è una città dove gli albanesi sono una leggera maggioranza. All’inizio dell’anno un poliziotto ha sparato a due albanesi in circostanze ancora da definire. Episodio che ha alimentato le tensioni, già alte, nel Paese.

Per Elmaz e Dime che hanno passato tutta l’infanzia insieme, è normale aver lanciato un’impresa albanese-macedone, che si occupa di servizi di contabilità, non c‘è nulla di strano.
Racconta Elmaz :“La scelta per cercare il partner con cui avviare una società non si è basata nè sulla base della religione, né della nazionalità. Era importante qualcuno con un carattere forte, di cui potersi fidare completamente. È iniziata così”.

Mentre Dime Smilesici, suo partner continua:” In questo posto le persone di tutte le comunità vivono insieme da moltissimi secoli. Non riesco a immaginare nessun altro posto in cui esista una tradizione multiculturale come questa”.

Gostivar è la città natale del Direttore di Teatro, ed ex Ministro dell’istruzione macedone, Sulejman Rushiti. Come si spiega le tensioni di questi ultimi mesi? L’ex Ministro dell’Istruzione risponde:“Il Governo sta incoraggiando la destabilizzazione. Spera in questo modo di nascondere i veri problemi, come la corruzione, la mancanza di politiche d’integrazione. Creando questa destabilizzazione controllata vogliono spostare l’attenzione dell’opinione pubblica dai veri problemi”.

Concorda con questa analisi anche Artan Sadiku, Direttore di un programma di ricerca presso l’istituto di Studi Sociali. Invece di concentrarsi sul tasso di disoccupazione in costante aumento i politici preferiscono alimentare il conflitto interetnico. Afferma Artan:“Si tratta dell’elite politica del Paese. A volte sfruttano anche i discorsi più estremi degli ultranazionalisti, ma lo fanno soltanto per restare al potere. Per tenere il controllo del Governo”.

Per Slobodan Chashule, Ex Ministro degli Esteri:” Non ha senso! È completamente sbagliato! Questo è un discorso che viene fatto per ottenere voti e screditare il Governo, in mancanza di reali controproposte politiche”.

L’ex ministro macedone è d’accordo nell’arruolare i nazionalisti al Governo. Per lui dietro alle recenti tensioni etniche ci sarebbero i servizi segreti serbi. Sorge spontanea una domanda: “C‘è ancora il rischio di una separazione del Paese?”. L’ex ministro degli esteri risponde:” Entrambe le comunità, le due più ampie intendo, vogliono l’ex Repubblica jugoslava di Macedonia unita. Gli albanesi sanno benissimo che una separazione economica e politica è impossibile. E i macedoni sanno che senza gli albanesi avrebbero molto più da perdere che da guadagnare”.

Ma Naser Selmani, direttore dell’Associazione giornalisti macedoni ha tutta un’altra visione:“Sarò onesto, tutti questi incidenti sono organizzati, voluti dai partiti al potere. Credo fermamente che ci sia ancora una forte volontà di separare il Paese”.

Il direttore dell’Associazione della stampa macedone esprime preoccupazione per la presenza della criminalità organizzata all’interno dei partiti politici. E alla domanda, se una guerra civile sia ancora possibile, risponde di sì, senza esitazione.

Questa visione pessimista non è condivisa dalla maggioranza degli esperti, che abbiamo incontrato nella capitale Skopje. Incomprensioni e pregiudizi rimangono tuttavia all’ordine del giorno.

La comunità albanese critica la scelta di aver destinato una grossa quantità di denaro al progetto “Skopje 2014”. La motivazione è il senso di esclusione di questo gruppo etnico davanti a quella che è stata definita un’operazione volta a diffondere l’identità macedone del passato. La capitale, infatti, è stata riempita di statue e musei dedicati a eroi e gesta storiche.

Per Fired Sulejmani, Imam di Skopje:“Facendo i giusti calcoli, possiamo vedere che le statue rappresentano per il 95% la storia macedone e soltanto per il 5% quella albanese”. Di tutt’altra opinione un’altra cittadina della capitale Ivanka Stojkovska, che afferma: “Sono macedone, vivo a Skopje e credo che questo sia un bel progetto. Certamente sarebbe bello avere condizioni di vita migliori per tutti nel paese”. Concorda con la posizione d’Ivanka anche Florina Ermini:“Sarebbe stato meglio investire tutti quei soldi in altre cose, come scuole o ospedali. Invece d’investire in edifici facendo finta che la gente non sappia da dove viene o che non abbia avuto la giusta educazione”.

Torniamo nelle regione montana nel Nord-Ovest del Paese, a Brodec. La maggior parte della gente qui condivide l’opinione che i soldi spesi a Skopje sarebbero stati più utili se fossero stati destinati ad altri scopi, come ad esempio la creazione di posti di lavoro.

Per Halim Bahtarj, abitante di Brodec:“Anche uno solo dei monumenti eretti a Skopje costa già troppi soldi. Perché non costruire meno nella capitale e magari portare qui una ruspa e costruire una strada per il villaggio? Non lo fanno e quindi siamo costretti a muoverci ancora a dorso di cavallo per poter trasportare la legna dal bosco fin giù alla valle”.

Seppur in disaccordo su molti temi gli esperti condividono un’idea, se il nord del Kosovo dovesse essere reintegrato nella Serbia, il separatismo albanese si rafforzerebbe rendendo l’ingresso dell’Ex repubblica jugolsava di Macedonia nell’Unione europea un miraggio. Per tutti i gruppi etnici.

BONUS

Per ascoltare l’intervista completa a Robin Liddell, Direttore della sezione Politica, Giustizia e Affari Interni della delegazione Ue a Skopje, clicca qui