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Fiscal compact: il "sì" irlandese fra crisi e paure

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Fiscal compact: il "sì" irlandese fra crisi e paure

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Gli irlandesi dimostrano che c‘è due senza tre. Dopo aver bocciato il trattato di Nizza, ed esser dovuti ricorrere ai supplementari per quello di Lisbona, questa volta dicono “sì” al quarto referendum europeo della loro storia. Più che la convinzione, a vincere sembra però la paura.

Facendo suoi i timori di Troika e Bruxelles, durante la campagna elettorale il governo di Enda Kenny ha cavalcato l’equazione del “no al fiscal compact = porte aperte alla crisi economica”.

Solo quest’anno, il prestito internazionale accordato all’Irlanda nel 2010 costerà a Dublino una stretta da oltre 4 miliardi di euro.

Una pillola amara, ma in linea con la filosofia del fiscal compact. Per mandarla giù, il governo dice in sostanza che basta guardare al 2013: scadenza del piano d’aiuti europeo, a partire dalla quale Dublino vorrebbe tornare a finanziarsi sui mercati. L’incremento dei depositi nelle banche irlandesi incoraggia gli ottimisti. Dai rendimenti in aumento dei titoli di stato a breve termine arrivano invece indicazioni di segno opposto. E qualcuno già scommette su un prossimo S.O.S. a Bruxelles.

“L’Irlanda deve riflettere alla sua posizione in Europa – dice Megan Greene della Roubini Global Economics -, soprattutto ora che alcuni paesi potrebbero cominciare ad abbandonare la zona euro. L’intero modello di crescita irlandese si basa sulle multinazionali che si stabiliscono a Dublino”.

Interrogativi che trovano terreno fertile in un quadro economico ancora fragile. Alla debole crescita dello scorso anno è poi seguita una stagnazione dell’export nel primo trimestre del 2012. Una schizofrenia di segnali che tradisce una ripresa di carta velina.

A fronte di una crescita pari allo 0,5%, il debito pubblico si attesta al 116% del Pil e il deficit atteso per il 2012 ad oltre l’8%. Senza contare una percentuale dei senza lavoro pari al 14,5%.

La spiegazione, agli occhi di molti è chiara: colpa di politiche di rigore, che invece di risollevare, stanno strangolando il Paese.

“La gente non è soddisfatta dell’austerity – dice un commerciante -. E non è soddisfatta dei tagli. Quanto resta sono disincanto e sfiducia nei confronti dell’intero sistema, per quanto è accaduto negli ultimi 3 o 4 anni”.

E contro il disincanto, i partigiani del “no” al fiscal compact hanno provato a giocare la carta dell’alternativa: un sentiero al di fuori di quello battuto dall’ortodossia economica europea, che gli irlandesi piegati dalla crisi hanno però temuto portasse a un salto nel vuoto.