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Julian Assange: e ora?

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Julian Assange: e ora?

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540 giorni dopo il suo arresto a Londra, il sette dicembre 2010. Durante tutti questi mesi Julian Assange si è battuto per sfuggire all’estradizione, ma anche per non cadere nell’oblio. Perché, il giorno stesso del suo arresto l’australiano, che si è presentato volontariamente alla polizia proclamandosi innocente, attira una folla di fan. Per loro, l’affaire si riassume in un complotto contro il fondatore di Wikileaks.

“Questo – sostiene John Pilger, giornalista – è un uomo che si è fatto molti nemici per molte ragioni ma ha fatto un lavoro di straordinario giornalismo al posto di noi tutti”.

Dichiarazioni che rimandano alle rivelazioni pubblicate dal sito di Assange. Nel luglio 2010 Wikileaks pubblicò 91.000 documenti riservati dell’esercito statunitense sulla guerra in Afghanistan. Qui figuravano tra l’altro operazioni contro i taleban e massacri di civili.

“Tocca alla corte decidere, ovviamente – disse Assange – se qualcosa, alla fine, è un crimine. Detto questo, a prima vista, in questo materiale c‘è la prova di crimini di guerra”.

Ma a provocare un putiferio è, nel novembre 2010, la pubblicazione da parte di diverse testate mondiali di circa 250.000 cablogrammi diplomatici statunitensi filtrati direttamente da Wikileaks.

Washington denuncia la gravità del crimine e, secondo il ministro degli Esteri francese dell’epoca, minaccia un’azione penale contro Assange.

Così Michelle Alliot-Marie: “Hillary Clinton mi ha detto che erano in corso indagini, che voleva ci fossero sanzioni, sanzioni severe che non posso che approvare”.

Questa minaccia di Washington ha sempre ossessionato l’australiano, convinto che la sua partenza per la Svezia non sia altro che il preludio a un’ulteriore estradizione verso gli Stati Uniti. A oggi non gli resta che un ultimo ricorso alla giustizia
per impedire la sua estradizione: rivolgersi alla Corte europea per i diritti dell’Uomo a Strasburgo.