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Al quarto giorno del suo processo, Anders Behring Breivik rinuncia al pugno chiuso e alza il tiro: tre le autobombe previste a Oslo per sterminare il governo norvegese, progetto ridimensionato per la realizzazione troppo complessa degli ordigni.

A Utoya l’obiettivo era uccidere tutti i 600 partecipanti, anche annegandoli, e decapitare l’ex primo ministro, Gro Harlem Bruntland, imitando i jihadisti e filmando tutto quanto.

Per addestrarsi, dice di aver usato un videogame, per svagarsi un altro popolare fantasy medievale, passando anche 17 ore al giorno davanti al computer.

E ora sono in molti a puntare il dito contro l’esempio che viene dal web.

“Ho giocato con gli stessi videogame violenti e non vado in giro sparando sui bambini. La metà delle persone di Utoya ha giocato con gli stessi giochi”, ribatte un giovane laburista sopravvissuto, “È parte della nostra cultura, è da tempo parte integrante della cultura giovanile. È sconcertante il fatto che si colleghi la violenza ai videogiochi piuttosto che, tanto per fare un esempio, alle ideologie fasciste”.

Ed è in nome di un’idea che Breivik è passato all’azione contro quelle élite, colpevoli ai suoi occhi di diffondere il multiculturalismo.

Con una bomba a Oslo ha ucciso 8 persone. E a Utoya ha optato per la sparatoria, facendo 69 vittime.

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