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Lavoro: la riforma Monti affronta il parlamento

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Lavoro: la riforma Monti affronta il parlamento

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Fare approvare la riforma del lavoro è l’imperativo del governo di Mario Monti. Il progetto di legge, il cui dibattito è cominciato la settimana scorsa al senato, potrebbe aver bisogno di molto tempo prima del varo.

Entro giugno, probabile un primo responso di Palazzo Madama e nei due mesi successivi il primo via libera. Monti ha deciso di negoziare e non di forzare la mano come nel caso della riforma delle pensioni. Dietro pressioni del partito democratico, ha deciso di attenuare il progetto originale.

In particolare, sull’articolo 18 che regola il licenziamento nelle imprese con più di 15 dipendenti. Nell’ultima versione è prevista la possibilità di reintegro anche nel caso di licenziamenti per motivi economici quando questi ultimi risultano inesistenti. Nella proposta precedente era previsto solo un indennizzo.

In caso di vittoria della causa per licenziamenti, sia di tipo economico che disciplinare, il lavoratore può aver diritto inoltre a un risarcimento tra le 12 e le 24 mensilità, a seconda dell’anzianità. Il governo è andato così incontro alle richieste del PD che vuole l’applicazione del modello tedesco.

Per spiegare la riforma, il ministro del Lavoro Elsa Fornero, sabato scorso, è andata a Reggio Calabria. Nel sud Italia il tasso di disoccupazione è elevatissimo, con un picco tra le giovani donne: in pratica non lavora una su due.

“Questa riforma ha un suo equilibrio e una sua valenza generale perché guarda a molti aspetti del mercato, non a uno soltanto”, ha detto Fornero. “Non alla possibilità soltanto di licenziare, guarda anche a rendere l’ingresso nel mondo del lavoro meno precario, cercando di dare qualcosa a chi il lavoro l’ha perso”.

Il ministro Fornero ha sottolineato che il progetto di legge non è intoccabile, ma che se non passerà il governo andrà a casa. Quando aveva dovuto riformare le pensioni e annunciarlo agli italiani non aveva potuto trattenere le lacrime.

I malumori provocati dalla riforma delle pensioni sono ancora forti. I sindacati ritengono che il numero di esodati si aggiri intorno ai 350 mila mentre il governo ne ha contati 65 mila. Sono i lavoratori che hanno firmato accordi di pre-pensionamento, ma che in virtù della riforma si ritrovano senza pensione e senza stipendio.

L’ultimo allarme sull’occupazione a livello europeo è giunto martedì con le previsioni del Fondo monetario internazionale.
 
Nell’eurozona la disoccupazione aumenterà ancora quest’anno. Record negativo per la Spagna dove la percentuale dei senza lavoro supererà il 24%.
 
Per l’Italia è atteso un aumento fino al 9.5%. Dati che pesano sull’esecutivo italiano che proprio in questi giorni sta definendo una delle più importanti leggi in tema di lavoro.
 
Ne parliamo con Luigi Spinola, analista politico ed economico in collegamento con noi da Roma.
 
Euronews – La riforma del lavoro è la sfida più importante e insidiosa del governo Monti. Quali sono i punti chiave di questa riforma e quali i punti sui quali si rischia la rottura?
 
Spinola
-Il mercato del lavoro in Italia è sostanzialmente spaccato in due. Da un lato ci sono i contratti a tempo indeterminato, molto solidi, molto rigidi con lavoratori molto garantiti: sono contratti molto costosi e quindi gli imprenditori ne firmano pochi.
Accanto a questo si è generato un mercato del lavoro parallelo: contratti a tempo determinato, contratti atipici  con meno garanzie e pagati anche molto meno.
Quindi, idealmente, il tentativo di Monti è quello di arrivare a una sorta di redistribuzione dei diritti e questo attraverso due azioni convergenti.
La prima è quella di rendere più agevoli i licenziamenti mentro l’altro elemento fondamentale è quello di rendere più rigido l’ingresso sul mercato del lavoro. Per spiegare meglio quello che può sembrare paradossale: rendere più costoso e meno vantaggioso per l’imprenditore ricorrere a quei contratti che abbiamo definito atipici.
 
Euronews – Rigidità in entrata, flessibilità in uscita.
Queste due condizioni non rischiano di provocare un aumento della precarietà per i lavoratori, senza reali progressi sul piano occupazionale a livello nazionale?
 
Spinola – Se per quando riguarda la cosiddetta flessibilità in uscita, ovvero la disciplina del licenziamento, il giudice del lavoro conserva un ruolo molto forte e quindi i rischi appaiono limitati. L’effetto perverso potrebbe esserci invece riguardo al tentativo di “costringere” in qualche modo l’impresa a sostituire questi contratti a tempo, saltuari, precari, con un contratto a tempo indeterminato. Idealmente è molto bello, bisogna vedere però se poi in pratica il lavoratore non rischia di trovarsi, invece che una serie di piccoli contratti, dei contratti ancora più precari o, peggio ancora, nessun contratto.
 
Euronews – Una riforma di questo tipo, può veramente fare da stimolo all’economia italiana attirando investimenti dall’estero come auspica Monti?
 
Spinola – Monti ne è convinto. Lo abbiamo visto anche un mese fa in Asia tra Tokio e Pechino “vendere” questa riforma del lavoro e assicurare che cinesi e giapponesi sono molto interessati. Bisogna dire che diversi analisti sono più scettici. Fanno notare che questa è una condizione necessaria ma non sufficiente e guardano anche ad altri elementi: la burocrazia italiana, le nostre complesse procedure giudiziarie. Quindi forse non dovremmo aspettarci troppo.
 
Euronews – La riforma del lavoro in Italia è materia assai complessa. Chi in passato ha toccato interessi particolari, ha dovuto ridurre le proprie ambizioni, lo abbiamo visto di recente con le liberalizzazioni. Perché e in cosa l’Italia è un caso così complesso su questo piano?
 
Spinola – Monti ha fatto una scelta importante: quella di coinvolgere le parti sociali in questa riforma ma senza lasciare loro il diritto di veto. E poi c‘è questo strano assetto politico di un governo tecnico sostenuto da due partiti che si sono fatti la guerra politicamente per 15 anni e che fino ad adesso sembra aver avuto un effetto virtuoso e che, chissà, potrebbe produrre qualcosa di buono.